giovedì 11 giugno 2009

The Black Crowes > Warpaint Live


C'erano una volta i doppi dal vivo. Due ellepì di rovente musica delle chitarre, come Allman Brothers Band At Fillmore East o Bob Seger Live Bullett... Per chi come me amava il sapore di quella musica, il 2009 è un buon anno. È stato infatti l'anno di Gov't Mule Halloween 2008, di Clapton & Winwood al Madison Square Garden, soprattutto è l'anno di Warpaint Live dei Black Crowes.
Per chi non conoscesse la band dei fratelli Robinson, i ragazzi sono americani del sud, Atlanta (Georgia) e si rifanno al suono straordinario dei Rolling Stones del 1970. Non che si tratti di una cover band o di un gruppo di imitatori -- anche perché come si potrebbe imitare la sezione ritmica: basso batteria e chitarra -- di quegli Stones? I Black Crowes si ispirano piuttosto al suono afoso, ciondolante, bluesy, sensuale di quel capolavoro che fu Exile On Main Street, che non a caso fu il più americano e sudista degli album degli Stones. Un suono che personalmente ho nel DNA perché è quello che si ballava nei locali inglesi prima che arrivasse la disco music, e potrei ancora citarvi i nomi di tutte le ragazze con cui ho ballato quelle canzoni.
Nel 2008 i Black Crowes si sono presentati con uno stupendo album, Warpaint, che potrebbe essere il migliore della band. Tanto buono che oggi viene citato in Warpaint Live, un "doppio dal vivo" che comprende l'intero Warpaint suonato nell'ordine originale delle canzoni, e un extra di altre sei canzoni bollenti, fra cover ed originali.
Il suono di Warpaint Live è lo stesso del disco originale, confermando non solo la bontà di quell'originale ma anche che era evidentemente suonato dal vivo in studio -- il sudore non si imita in laboratorio. Non c'è una delle undici canzoni del disco che non mi piaccia o che ricopra il ruolo di filler (riempitivo) e nonostante si apra alla grande con un Goodbye Daughters Of The Revolution che odora di classico, riesce a procedere in crescendo, attraverso ballate d'altri tempi come Oh Josephine, ciondolanti lenti come Locus Street, boogie come Moving On Down The Line, rock & roll come Wounded Bird, blues come God's Got It.
I bis sono rappresentati da Poor Elijah, un godspel tratto da quel disco di mito che fu On Tour With Eric Clapton (ancora 1970!), Torn And Frayed (Exile On Main Street, che altro?), Don't Know Why è ancora Clapton, Hey Grandma è una cover dei Moby Grape.

Bello, legale e soprattutto dal vivo. Per me è già un classico.

★ ★ ★ ★ ★ (perfetto)
Genere: rock & roll alla Stones
2009
in breve: un grande "doppio dal vivo" di rock delle chitarre

sabato 6 giugno 2009

Chris Isaak > Mr. Lucky


Ascolto musica da cosi tanto tempo da aver vissuto un periodo in cui Chris Isaak è stato considerato un cantante di culto. Rocker romantico e oscuro, ispirato da Roy Orbison ma anche, almeno così volevo credere, Jim Morrison. Per qualche motivo un pezzo come Lovers Game mi ha sempre portato alla mente Love Me Two Times di Jim. E poi c'era tutta quella cosa di dare sfondo musicale ai film di un David Lynch che all'epoca non era ancora un venditore di nani che danzano ma uno degli ultimi registi di culto (anche lui).
Per qualche motivo, si dice per carenza di successo (ma quanto successo si aspettava Isaak? Quello di Elvis Presley?) Chris si è ritirato un po' nell'ombra, per poi ripresentarsi come entertainer made in Hollywood. I suoi dischi migliori sono stati i primi e, com'è naturale, nel tempo la qualità delle canzoni è andata rarefacendosi. Questo Mr. Lucky è venduto come disco del "ritorno", ed in effetti è stato preparato con la massima cura sia dal punto di vista compositivo, che nella produzione. Ma non c'è l'Isaak rocker maledetto in questo disco; piuttosto l'entertainer, che duetta con Trisha Yearwood o con Michelle Branch in brani country pop che evidentemente spera raggiungano le classifiche.
Cose carine ce ne sono. I primi quattro brani, per esempio. Cheaters Town è un singolo carino, We Let Her Down è un pezzo che se me lo fate sentire senza presentazione mi farà sentenziare che è un originale di Roy Orbison. You Don't Cry Like I Do è un rock & roll lento quasi dei vecchi tempi. We've Got Tomorrow è il mio preferito, per quanto molto atipico: un semplice country che procede, in soli due minuti, verso un boogie da strada di New Orleans. Sarebbe grande nelle mani dei Little Feat. Da ultimo un pezzetto di muzak, una canzonetta contagiosa che ripete "you are the best, the best I've ever had" e ti spinge a cantare con il coro.
Non c'è altro in questo Mr. Lucky. Io non mi accontento.

★ ★  ½  (deludente)
Genere: pop & roll
Reprise, 2009
in breve: da cult ad enterteiner 

giovedì 4 giugno 2009

Greenwich Village revisited


Bruce Springsteen > Working On A Dream

Il Bruce di questi anni duemila è vissuto con dualismo da parte dei fan. Da una parte ci sono gli show torridi di un rock & roll che nessun altro è più capace di fare. Dall'altra i dischi tiepidi prodotti da Brendan O'Brien  che cercano di far quadrare il cerchio di un mercato che è diventato freddo al rock e di un compositore che ha già scritto le sue canzoni migliori. 
Nonostante un battage pubblicitario astuto questo Working On A Dream era atteso come una specie di lato di B del precedente Magic, registrato nei ritagli di tempi con scampoli di canzoni. 
Niente di più falso. 
WOAD non solo è una opera realizzata e conclusa, ma è anche un lavoro epico di peso, come i dischi di Bruce degli anni settanta e come certi dischi beat degli anni sessanta. Personalmente vivo WOAD come il controaltare, trentacinque anni dopo, di un altra opera epica e romantica di Springsteen, quel Born To Run che nel 1975 lo aveva reso famoso. 
Entrambi dischi lirici: Born To Run era il canto dell'uomo all'alba che esplodeva verso la propria vita, WOAD è il canto, bucolico, dello stesso uomo che oggi si sente più vicino al tramonto che all'alba, si siede nel portico della sua casa colonica a Woodstock, guarda le stagioni passare, ricorda gli amici che non ci sono più e canta la malinconica gioia del tramonto. Non è un caso che sotto i titoli di coda del disco scorra la bella musica di The Wrestler. Non è un caso che la band sia sommersa da cinematografici arrangiamenti orchestrali. 
È un bel disco, intimo ma allo stesso tempo aperto alle orecchie di chi lo circonda. Non è vero che le canzoni siano deboli, anzi ancora adesso alcune mi danno la pelle d'oca, anche se non ci sono inni con cui fare il karaoke in concerto. Mi ricorda piuttosto l'intima poesia di dischi come No Other di Gene Clark, un altro grande cantautore al crepuscolo che volle orchestrare le proprie canzoni.
Ed a proposito di orchestrazione, il suono di Brendan O'Brien è finalmente perfetto, anche se è molto lontano da quello della E Street Band e da quello prediletto dai fan.

★ ★ ★ ★ ½  (un capolavoro?)
Genere: rock & roll
2009
in breve: la poesia di un grande artista adulto che non può fare a meno di tirare le somme della propria vita.


Elliott Murphy > Notes From The Underground

Elliott sarà stanco di leggere ad ogni recensione la storia di questo cantautore newyorchese esordito assieme a Springsteen e presentato come il nuovo Dylan, ma risultato poi la scartina (in termini di mercato) del mazzo. I dischi originali di Murphy per la Columbia sono al momento non reperibili. Belle canzoni di un rock colto e letterario quanto delicato e dalle tinte pastello, con un sapore di underground, magari velvet. Niente rock & roll sudato.
Il secondo periodo, quello dell'esilio parigino di Murph The Surf, è ancora più etereo e meno curato strumentalmente per poter aspirare ad un largo seguito di pubblico. 
Ma il motivo principale per cui sottolineo il lavoro di Murphy è il terzo periodo, quello degli ultimi dieci anni, quando ha incontrato il chitarrista Olivier Durand ha dar manforte al suo rock, che si è fatto più robusto, mentre le sue canzoni non solo non si sono indebolite ma anzi sono al meglio. Ascoltare un disco (obbligatorio) come Never Say Never (the best of 1995-2003) vi renderà fan di questo pallido poeta, se ancora non lo siete. Notes From The Underground è il decimo di una serie di album deliziosi che contengono alcuni gemme e piccoli capolavori che non vorrei mai non aver ascoltato. Notes è un altro poker di canzoni da belle a splendide che crescono ascolto dopo ascolto e che riempiono lo spirito di poesia.

★ ★ ★ ½  (da ascoltare)
Genere: songwriter
2008
in breve: le undici canzoni di quest'anno di un raffinato cantautore


Willie Nile > The House Of A Thousand Guitars

Anno di grazia 1980. L'anno di London Calling. Un album dalla sobria copertina nera che riporta solo il nome del suo autore, Willie Nile. Un suono spartano, solo chitarra, basso e batteria e un po' di piano. Una voce sottile e romantica. E canzoni incredibili, che riescono a cantare storie che non si sentivano dai tempi di Born To Run, come Vagabond Moon, Across The River, I'm Not Waiting... canzoni e storie troppo belle per essere replicate. Il secondo disco, Golden Down, sarà il lato B del precedente; dopo di che il silenzio calerà sul musicista. Qualche canzone sparsa, un album grazioso ma niente di paragonabile al big bang dell'esordio. Da qualche anno Willie si è rimboccato le maniche ed un po' alla volta è tornato alla ribalta con dischi di basso profilo che era impossibile non notare e non apprezzare. E soprattutto in crescendo, da Beautiful Wreck Of The World a Streets Of New York
House Of The Thousand Guitars di quest'anno fa il botto. Sarà onesto, non ci sono Vagabond Moon & co., ma le canzoni sono comunque bellissime e ricche di energia. Willie attinge a piene mani dai gruppi Beat degli anni sessanta (Beatles e Rolling Stones compresi) e dal loro eco della new wave dei primi ottanta (per esempio, i Clash) per realizzare un album i cui punti di forza sono una energia irresistibile ed un livello compositivo altissimo senza filler. La casa delle mille chitarre è un disco che non si può non ballare e che mi riporta al sapore dei miei vent'anni quando ogni giorno usciva un nuovo disco rock, da Joe Jackson a Costello, da Graham Parker ai Clash. Obbligatorio. E, come si diceva una volta, a tutto volume!

★ ★ ★ ★  (ottimissimo)
Genere: songwriter
Blue Rose, 2008
in breve: il miglior ritorno di un rocker di culto di NYC


Bob Dylan > Together Through Life

Dylan c'è. E la cosa è molto rassicurante. Credo sappiate di chi sto parlando. Dell'uomo che nel corso degli anni sessanta ha scritto il songbook della musica rock. Dell'uomo che, in concerto con i Beatles, ha inventato la musica rock. Del musicista che negli anni settanta ha registrato Blood On The Tracks, Desire, Street Legal, Slow Train Coming e negli anni ottanta Infidels e Oh Mercy. Nei novanta ha intrapreso il suo tour infinito, ma dal punto di vista discografico ha latitato. Negli anni duemila è tornato, e nonostante la sua bella età ci rifila con regolarità gemme del calibro di Time Out Of Mind, Love And Theft, Modern Times
È bello che in un mondo che ha così deluso le aspettative, Dylan ci sia ancora. Da quando io ho ricordi, lui c'è. Questa cosa mi fa sentire ancora giovane... è come se ci fossero ancora JFK e John Lennon... 
Together Through Life fa poker con i dischi che lo hanno preceduto. È un disco delicato, che parla d'amore, contraltare del disco serramanico che lo ha preceduto come a suo tempo lo era stato, mutatis mutandis, Another Side. Non è epico o eccitante, ma è dolcemente e delicatamente bello. È un disco delle radici, con tanti echi di sapori già assaggiati, come la fisarmonica dei Los Lobos o la dolce ballata di Forgetful Heart che riporta ai climi di Infidels.
Non ci sono canzoni epocali, ma ogni volta che lo ascolto sono contento di farlo.

★ ★ ★ ★  (molto buono)
Genere: songwriter
Columbia, 2008
in breve: un disco morbido e delicato, molto roots, senza picchi; ma Dylan c’è


martedì 2 giugno 2009

John Mayall l'Università del Blues


Nei dieci anni fra il 1963 ed il 1973, John Mayall costituì una scuola per la crema del rock britannico. Una concentrazione irripetibile di talento, di canzoni, di idee e di ispirazione per tutta la scena rock. Come il nome della sua band suggerisce, Bluesbreakers, Mayall fu un influente padrino del blues bianco britannico.

Figlio d’arte, nato nel ’33 da questa parte dell’oceano, cresce fra i dischi di jazz e di blues americani del padre. Fondati i Bluesbreakers nella swingin’ London del 1963, la sua musica e la sua band sono destinati ad essere un meltin’ pot di generi e di musicisti. Ispirato dai primi singoli dal blues di Chicago (quello elettrico di Muddy Waters, di Sonny Boy Williamson e di John Lee Hooker) non si fa problemi a fonderli con il boogie del sud, lo skiffle britannico, il blues acustico, l’improvvisazione del jazz, coadiuvato da un altrettanto bollente calderone di giovani musicisti a cui permette costantemente di influenzare lo stile della band.

Il primo dei grandi chitarristi dei Bluesbreakers è Eric Clapton. Il chitarrista non ha ancora costruito un proprio stile di musicista ma già è una star della scena londinese; sono gli anni in cui sui muri di Londra appare la scritta “Eric Clapton è Dio”. Clapton si è creato una fama con gli Yardbirds, una formazione pure partita dal blues revival ma in procinto di virare verso il beat. Gli Yardbirds non mancano di chitarristi se a Clapton si alternano Jeff Beck e Jimmy Page: si trasformeranno nei Led Zeppelin, il gruppo di maggior successo di pubblico dopo lo scioglimento dei Beatles.
Clapton dona fama ai Bluesbreakers con l’album Eric Clapton with Bluesbreakers del 1966. Tanto che quando abbandona la band per unirsi al supergruppo dei Cream di Jack Bruce, il gruppo di Mayall sembrerebbe già essere giunto al capolinea. Invece è solo all’inizio della leggenda.

Partito Clapton arriva (insistendo parecchio) Peter Green, un allucinato poeta della chitarra elettrica il cui assolo affascinerà Carlos Santana. La personalità di Peter colora in maniera determinante A Hard Road, del ’67, con brani del fascino di Supernatural. Nel disco compare anche il sassofonista John Halmond - tenere d’occhio questo nome.
Nel 1967 i Bluesbreakers sono composti da Mayall, Peter Green, il bassista John McVie e il batterista Mick Fleetwood. Sono i tre quarti della band che si stacca per dare spazio ai colori delle idee di Green, anche se il nuovo gruppo prende umilmente il nome della sessione ritmica: Fleetwood Mac. Un gruppo blues bianco trapiantato negli USA, autore del celebrato Blues Jam At The Chess, nonché di classici come Albatross e Black Magic Woman. Dopo l’abbandono di Green, alle prese con problemi mentali, i Fleetwood Mac diventeranno un gruppo pop di classifica con sede a Los Angeles.

E Mayall? Dopo The Blues Alone (per forza, è rimasto solo) cala il terzo asso consecutivo. Si chiama Mick Taylor, chitarrista giovanissimo ma già ispirato e fluido, che costituisce l’attrazione di Crusade, l’ultimo (ed il mio preferito) album della trilogia del classico brit blues. Fra i brani Oh, Pretty Woman.

Bare Wires è di nuovo con Mick Taylor, ma anche con il batterista John Hiseman e il sassofonista Dick Heckstall-Smith. E’ l’album “progressivo” di Mayall (non a caso siamo nel 1968) con un brano di ben 23 minuti, Bare Wires Suite. Hiseman e Heckstall-Smith se ne andranno per forndare i Colosseum ed inventare il jazz rock inglese con Valentyne Suite.

Mayall intanto approda nella terra dei suoi sogni, gli U.S.A,. in compagnia del fido Mick Taylor, e il nuovo album Blues From Laurel Canyon (1968) è il diario della sua scoperta della terra dei sogni, negli anni della Summer Of Love di San Francisco, in cui il blues dei neri, proprio grazie alle band britanniche, è divenuto la benzina delle lunghe suite improvvisate. Al ritorno in patria su consiglio di Mayall, Mick Taylor andrà in tourneé con i Rolling Stones orfani di Brian Jones per prenderne ufficialmente il posto.

Ancora una volta Mayall muta suono e accompagnatori, con The Turnin’ Point (forse il capolavoro), un album registrato il 12 luglio 1969 al Fillmore East (NYC) di Bill Graham senza un batterista ma solo un bassista, e con John Mark alla chitarra acustica e Johnny Halmond al sax. Mark & Halmond faranno coppia ed andranno a loro volta a costituire l’omonimo duo per una serie di capolavori soffici e sofisticati che proprio da Turnin’ Point traggono la linfa dell'ispirazione.

All'inizio degli anni settanta Mayall è ai vertici della popolarità: suona dal vivo con Jimi Hendrix e l’album USA Union è quello che arriva più in alto in classifica in tutta la sua carriera. I nuovi musicisti sono Larry Taylor al basso, Sugarcane Harris al violino, Freddy Robinson alla chitarra, Blue Mitchell alla tromba: la formazione di un nuovo classico, Jazz Blues Fusion registrato dal vivo sulla east side alla fine del 1971.

Nel 1973 con Movin’ On (ancora dal vivo al Whiskey A Go Go di Los Angeles) fanno dieci anni di musica, e anche l’ultimo classico, Red Sky. Non a caso l'ultimo disco del lotto (doppio, registrato a LA) si intitola Ten Years Are Gone.