martedì 26 maggio 2009

il meglio di Eric Clapton


La storia del primo mito della chitarra rock nasce nei primi anni sessanta a Londra con il gruppo degli Yardbirds, con cui il giovane studente d’arte Eric Clapton, autodidatta (aveva imparato da solo a suonare la chitarra sui dischi blues del nonno, da cui è stato cresciuto) si illudeva di partecipare al movimento del blues revival - da cui erano nati fra gli altri anche Rolling Stones e Animals. Ma gli Yardbirds erano qualche cosa di diverso da un gruppo di blues revival: erano il primo indiavolato gruppo di rave, un gruppo seminale per la psichedelia e persino, nelle migliori canzoni successive a Clapton, anche un gruppo seminale per il rock progressivo, con canzoni che osavano invenzioni, arrangiamenti e cambi di tempo e di atmosfera inusuali per l’epoca: For Your Love, Heart Full Of Soul, Happenings Ten Years Ago.

Eric non ci si trovava e dopo la registrazione di For Your Love (incidentalmente il miglior singolo della band fino a quel momento, 1965 - ad eccezione forse solo della selvaggia I Wish You Would più tardi celebrata da David Bowie) lasciò la band per mettersi con il padrino del blues britannico, John Mayall. Suo malgrado con gli Yardbirds Clapton si era procurato la fama di miglior chitarrista in città, e sui muri apparivano le scritte “Clapton is God”.

John Mayall > Bluebreaker with Eric Clapton (1966) ★ ★ ★ ★

La collaborazione con Mayall diede risultati sorprendenti, sia dal punto di vista artistico (il disco è da molti considerato il primo capolavoro di chitarra elettrica) che da quello commerciale, dando fiato a un Mayall che era già stato addirittura licenziato dalla Decca. Tra le canzoni, classici come Ramblin’ On My Mind di Robert Johnson, il padrino spirituale di Clapton ed un omaggio a Freddie King.

Nonostante Mayall si dovesse rilevare il perfetto maestro per Clapton, il sodalizio non durò a lungo e non fu privo di incidenti. Dopo aver visto in concerto il trio di Buddy Guy, Clapton immaginò per sè una simile band, e volle la migliore sezione ritmica del momento: Ginger Baker alla batteria e Jack Bruce al basso (nonostante i due non si potessero reciprocamente soffrire).
Se si era immaginato di mettere assieme due gregari di lusso per suonare il blues, Eric non avrebbe potuto sbagliarsi di più: i Cream si sarebbero rivelati una delle più straordinarie, creative ed innovative band inglesi di tutti i tempi, di cui Eric certo non era il leader. Un po’ per la mancanza della personalità trainante di Buddy Guy, molto per la illimitata fantasia di Jack Bruce e per la creatività strumentale di Ginger Baker.
Da come la vedo io i Cream furono la band che cambiò la velocità al rock inglese, lanciandolo dal periodo beat a quello creativo della psichedelia e del progressive (Colosseum, Nice, Trinity fino a Led Zeppelin e Yes, il cui Yours Is No Disgrace è estremamente ispirato ai Cream). E i Cream rappresentarono lo Zenith dell’avventura di Clapton.

Cream > Disraeli Gears (1967) ★ ★ ★ ★ ★

Dopo l’esordio di Fresh Cream, i tre ebbero la ventura di vedere in azione Jimi Hendrix con gli Experience, e niente fu più lo stesso. Clapton per la prima volta vide in azione un chitarrista più bravo di sè stesso e sentì suoni che lo colpirono più del suo “vecchio” blues. Disraeli Gears è il disco dei Cream della summer of love (il mitico 1967), il disco psichedelico, che si apre con un’energia da deflagrazione nucleare, con la doppietta psichedelica Strange Brew (di Clapton) e Sunshine Of Your Love (di Bruce e Clapton). Dal vivo i Cream erano più grezzi, ma per l’epoca entusiasmanti, producendosi in assoli interminabili che mandavano in visibilio il pubblico e creavano il terreno per l’hard rock degli Zeppelin. Non era quello che voleva Eric Clapton, e quando uscì il successivo Wheels Of Fire del 1968 la band era già sciolta.

Blind Faith (1969) ★ ★ ★ ★

Clapton continuava ad immaginare una musica innovativa ma senza i “muscoli” dei vecchi compagni. Per questo colse l’occasione dello scioglimento (temporaneo) degli psichedelici Traffic per unirsi al loro cantante, il soul man inglese Steve Winwood. Non è chiaro come fece ad intrufolarsi di nuovo Ginger Baker (contento di essersi liberato di Bruce) ed il quarto uomo fu il violinista Rick Grech. Per il pubblico erano solo una nuova versione dei Cream, e per questo motivo Clapton battezzò la band Blind Faith (fede cieca).
Il disco fu registrato in fretta, ma contiene alcune canzoni stupende, come Had To Cry Today, Presence Of The Lord e Can’t Find My Way Home, a lungo nel repertorio di Clapton. Non si sa come, i Blind Faith si imbarcarono in una tournée americana disastrosa a cui non sopravvissero, si dice per impreparazione, si dice perché il pubblico voleva gli assolo di chitarra di Eric. Winwood lasciò per riformare i Traffic creando il disco che molti considerano il capolavoro del rock britannico (John Barleycorn Must Die), Ginger Baker cercò di tenere duro con gli Air Force, Clapton si mise inaspettatamente a suonare con un gruppo sconosciuto che aveva fatto loro da spalla nella tournée, Delaney & Bonnie.

Delaney & Bonnie > In Tour With Eric Clapton (1970) ★ ★ ★

D&B erano una coppia che con uno stuolo di amici (i Friends) suonava la musica meno di moda che si potesse immaginare (almeno fino all’avvento della Band) ispirata al rithm & blues di Memphis, al boogie di New Orleans, al country di Nashville. Quel duo vocale cantava canzoni di matrice tradizionale accompagnati da una band i cui nomi sarebbero diventati famosissimi in breve tempo, grazie al fatto che Eric si portò la band in Inghilterra per suonare di fronte ai propri ammiratori, che comprendevano gli stessi Beatles. George Harrison, per esempio, si sarebbe unito ai Friends per gli show: immaginate cosa deve essere passato per la testa di Delaney & Bonnie...
Subito dopo il tour, Delaney avrebbe aiutato Clapton ad incidere il suo primo, omonimo, disco solista, dal sound caldo e rilassato, ispirato alla band, così come ad un musicista laid back dell’Oklahoma, J.J. Cale, che sarebbe divenuto famoso nel mondo grazie alle cover di Clapton (After Midnight, Cocaine). L’imprevedibile successo ebbe un prezzo per D&B: i Friends, che comprendevano anche Leon Russell, avrebbero accompagnato Joe Cocker nel suo tour Mad Dog & Englishman, oltre a suonare con Harrison nel suo capolavoro All Things Must Pass, e Bobby Keys e Jimmy Price si sarebbero uniti con gli Stones per i loro dischi migliori (Sticky Fingers e Exiles On Main Street).

Derek & The Dominos > Layla & Other Assorted Love Songs (1970) ★ ★ ★ ★

Bobby Withlock, Carl Radle e Jim Gordon (dei Friends) si unirono a Clapton per uno dei più entusiasmanti capitoli della sua storia musicale. Assieme al mitico chitarrista degli Allman Brothers Band, Duane Allman, registrarono un disco doppio che Clapton dedicò a Patty Boyd, moglie del suo migliore amico, George Harrison. Di Patty, Eric era perdutamente e segretamente innamorato, e Derek e Layla erano i loro nomi in questo gioco segreto alla Lancillotto e Ginevra. L’ispirato album oltre a comprendere un altro pezzo mitico alla cream (Layla) è un caldo disco delle “radici” della musica che più ha ispirato Clapton, il R&B, il soul, il country, le ballate. Una sorta di Music From The Big Pink visto da un inglese. Purtroppo il disco coincise anche con un periodo terribile nella vita di Clapton, la sua dipendenza dall’eroina, che lo stava portando alla morte come aveva portato in quei giorni tanti amici, fra cui Hendrix e lo stesso Allman (morto comunque in un incidente motociclistico in Georgia). Quando D&D provarono a tornare in studio per registrare il secondo disco le loro condizioni psico fisiche erano tali che dovettero abbandonare. (Clapton suona anche con Steve Stills e al concerto per il Bangladesh con Harrison e Dylan).
Clapton si sarebbe ritirato, fra casa sua e quella di Harrison, probabilmente a morire, e fu anche merito di George se alla fine sopravvisse.

Eric Clapton > Rainbow Concert (RSO 1973) ★ ★ ★ ★

La fine del periodo buio ed il ritorno alle scene coincise con un concerto organizzato da Pete Townshend (Who) al Rainbow e a cui presero parte i suoi amici, come Steve Winwood, Jim Capaldi (Traffic) e Ronnie Wood (Faces, Stones). Ai tempi fu stampato su LP con una scelta di pezzi discutibile, facendosi fama di un episodio minore. Oggi è stato rimasterizzato in CD l’intero concerto, dimostrandosi invece un grande momento, magari un po’ improvvisato e un tantino appesantito dalla presenza dei Traffic, ma un concerto comunque entusiasmante, l’ultimo episodio del Clapton muscoloso alla cream e alla Derek, con un repertorio che spazia da Layla a Badge, Little Wing (Hendrix), After Midnight, Presence Of The Lord, Key To The Highgway e Crossroads.

Eric Clapton > 461 Ocean Boulevard (1974) ★ ★ ★ ★
Live At Hammersmith Odeon, London, 1974 ★ ★ ★ ★

Il suono del Rainbow Concert non è esattamente quello che Clapton voleva per il suo futuro. Dopo aver registrato un paio di pezzi per Tommy, il film degli Who, Clapton si spostò a Miami, nella casa sul mare immortalata dalla copertina di 461 Ocean Blvd, con una band composta da Carl Radle (D&B e D&D) e dalla cantante Yvonne Elliman (proveniente dal cast di Jesus Chist Superstar), e dal vecchio amico e produttore Tom Dowd, a registrare un disco molto tranquillo e sereno, quasi alla J.J. Cale, con qualche impennata come la cover del reggae dell’allora sconosciuto Bob Marley, I Shot The Sheriff, che fra le altre cose gli diede un successo di classifica persino superiore a quello ottenuto in precedenza. Il disco è stato ristampato con un concerto registrato da questa band nel dicembre di quell’anno, che mostra un Clapton in gran forma ma lontano dall’immagine dell’eroe della chitarra dell’anno prima al Rainbow, con brani acustici ma anche grandi versioni di Can’t Find My Way Home, I Shot The Sheriff, un blues medley che nasce da The Sky Is Crying, e poi Badge e Layla.

461 Ocean Blvd purtroppo inaugura anche un Clapton via via sempre più commerciale e soporifero, con dischi che vanno dai deboli Slowhand (di enorme successo commerciale per la cover di Cocaine, e da segnalare la romantica Wonderful Tonight) e Backless, fino agli inascoltabili dischi con Phil Collins degli anni ottanta. Qualche cosa però ancora si è salvato, dal suo repertorio live:

Eric Clapton > E.C. Was Here (1975) ★ ★ ★ ★

Ancora dalla band di Hammersmith Odeon, una splendida incisione dedicata al blues, da Have You Ever Loved A Woman a Can’t Find My Way Home, Ramblin’ On My Mind, un bel duetto vocale con la Elliman in Presence Of The Lord fino all’entusiasmante finale di Further On Up The Road, il trascinante blues della Bobby Blue Band che ha anche usato per duettare con Robbie Robertson in The Last Waltz, l’ultimo concerto della Band. Una chitarra morbida e da brivido, quella di Clapton.

Eric Clapton > Unplugged (1992) ★ ★ ★ ★

Uno splendido disco acustico in cui rivanga i momenti migliori del suo glorioso passato, compresa una struggente Tears In Heaven, la canzone dedicata al figlio. E un mare di R&B, da Before You Accuse Me a Hey Hey, fino a un grande riarrangiamento di Layla.

Negli anni duemila poche altre cose da segnalare, giusto Riding With The King (di John Hiatt) dal disco del 2000 con il suo maestro di chitarra B.B. King, fino alla dignitosa partecipazione al disco con J.J. Cale Road To Escondido del 2006, e l’inattesa reunion dei Cream al Royal Albert Hall nel 2005, in cui i tre musicisti si dimostrano ancora in forma. Oltre ad una spruzzata di canzoni nascoste qua e la, come Give Me One Reason con Tracy Chapman, It’s Probably Me con Sting, You Must Believe Me omaggio a Curtis Mayfield e un paio di pezzi con Brendan Crocker.

Clapton & Winwood > Live At Madison Square Garden (2009) ★ ★ ★ ★

A sorpresa un disco Vintage, con repertorio e arrangiamenti da primi anni settanta, molto energico dominato dalla potenza di fuoco della Fender di Clapton: elegante, morbida, di fine cesello ma soprattutto indiavolata. Pura energia del "crossroad". In seconda posizione l'Hammond caldo e liquido di Winwood, che fa da fondo perfetto alle acrobazie della chitarra di slowhand.
Versioni imperdibili di Dear Mr. Fantasy, Double Trouble, Glad, Voodoo Child... Un perfetto Canto del Cigno.

giovedì 21 maggio 2009

Eric Clapton Steve Winwood > Live At Madison Square Garden


Eric Clapton è stato il mio chitarrista preferito. "Dio" con i Bluesbreakers di John Mayall ai tempi della Swinging London, mito con i Cream, Derek con i Dominos,  l'amico di George Harrison, Duane Allman, Bob Dylan e Pete Townshend, Slowhand in un poker di sussurrati album da solista. Il suo morbido tocco di chitarra è imbattibile, per quanto riguarda i miei gusti. Da anni bollito e fuori gioco, vestito d'Armani ha raschiato il fondo del barile con qualche live, compreso un ritorno sul palco con i Cream di cui praticamente nessuno si è accorto. Gli ultimi anni lo hanno visto cercare l'ispirazione in coppia con BB King e con JJ Cale.
Naturalmente è stato anche partner di Steve Winwood nella breve ma significativa avventura dei Blind Faith.

Steve Winwood è l'autore del mio disco preferito in assoluto, John Barleycorn Must Die dei Traffic, anno di grazia 1970. Bimbo prodigio con lo Spencer Davis Group (I'm A Man, Gimme Some Lovin), grande cantante e tastierista con i Traffic, sia quelli psichedelici di Mr. Fantasy che quelli R&B e forse un po' World di On The Road. Da solista ha virato presto verso l'entertainment e non ha praticamente più dato modo di essere notato fino al bel disco indipendente del 2003, About Time, dove chitarra e voce rauca hanno rievocato il fascino dell'uomo - giusto per essere smentito nel più recente noioso Nine Lives per la Sony, in cui fra l'altro secondo le note di copertina suonerebbe anche Clapton, se riuscite a sentirlo.
Anche Winwood è reduce dalla pubblicazione (2005) di un album dal vivo dei Traffic, tanto bello quanto mal distribuito, Last Great Traffic Jam, ma si riferiva alla reunion della band del 1994.

Oggi Clapton & Winwood sono in tour assieme, dopo tre serate a febbraio al Madison Square Garden. Il repertorio è di tutto rispetto, e comprende la maggior parte delle ciliegine dei due mostri sacri del rock.
Il risultato qual è? Uno show di "c'era-una-volta", un'operazione populistica alla "tre-tenori", oppure una sana voglia di suonare, still crazy after all these years? 

Parte due: la recensione.

Lo confesso, non avevo realmente fiducia in questo disco. Saranno le spompate performances degli ultimi anni dei due "ex", sarà la copertina in didascalico stile Haight Ashbury figli-dei-fiori, sarà il repertorio definitivamente datato. E invece...
Intendiamoci: Live From Madison Square Garden è un disco vintage, come una Triumph Bonneville, come una Honda 750 Four, come una Harley Davidson Sportster... un disco che avrebbe potuto uscire pari pari alla prima metà degli anni settanta. 
Un repertorio tratto dai Blind Faith (la "band di un solo disco" di Eric & Steve), dei primi Traffic, di Clapton, di Hendrix. Ma non c'è nulla nello show che sappia di una esibizione di ever-green per un pubblico di nostalgici. La nota dominante dei ventun pezzi è la chitarra di Eric Clapton. Una chitarra indiavolata. Elegante, morbida, di fine cesello ma soprattutto indiavolata. Pura energia del "crossroad". Niente a che fare, per intenderci, con quel Gilmour che nei recenti show non capivi se suonava o si era addormentato. 
Su questo doppio c'è la miglior chitarra di Eric Clapton; trattandosi della miglior chitarra della storia del rock, direi che non è poco. In seconda posizione l'Hammond caldo e liquido di Winwood, che fa da fondo perfetto alle acrobazie della Fender di slowhand. Poi le voci e infine il repertorio, pezzi da novanta. Il risultato è decisamente eccitante: provate ad metterlo in auto!
Già dal quinto pezzo, il blues acustico di Sleeping In The Ground, alzerete le orecchie: non c'è routine qui, ma uno tsunami di energia che si abbatte sull'ascoltatore. Glad, da John Barleycorn, è uno dei più bei pezzi di tutti i tempi, in una versione di sette minuti dove la parte lenta viene rimpiazzata dalla chitarra elettrica. Double Trouble è semplicemente emozionante. Warren Haynes, ma chi sei?
Pearly Queen è eseguita al suo meglio, come gli altri pezzi dei Traffic psichedelici; Clapton fa la differenza. Basti dire che una Dear Mr. Fantasy così non l'avevo mai sentita. Ramblin' On My Mind, Can't Find My Way Home non fanno che prolungare il lungo, inatteso climax. Poi ci sono i venti minuti e passa dedicati a Mr. Jimi Hendrix. Little Wing è un lento molto amato da Claton e non solo. Voodoo Child è resa come un inedito blues,  e se può apparire un ossimoro per un pezzo che nel 1967 rappresentava una pagina musicale totalmente nuova, diventa comunque irresistibile nell'infinito rincorrersi degli assolo della fender e dell'hammond.
Chiude il doppio disco (ma non il concerto originale) Cocaine, ad uso dei fan, in una versione che non entusiasma; ma è normale per un brano che non fa parte dello stesso repertorio di tutto il resto dello show.

Se come me credete che il rock sia un affare di chitarre elettriche, questo disco da oggi sarà una delle gemme della vostra discoteca.

☆☆☆☆☆   (ottimissimo)
Genere: ROCK
2009
in breve: rock di classe a tutto vapore, sostenuto da una chitarra in perenne assolo.

giovedì 7 maggio 2009

Dave Matthews Band > Live At Piedmont Park


Dave Matthews Band finalmente in Italia il 5 luglio al Summer Festival di Lucca. Per l'occasione, rispolvero la recensione del suo ultimo live ufficiale.

"Da quando non ci sono più i Phish, Dave Matthews non è più il numero due: è diventato il numero uno. Ed anche se i lavori in studio sono calati di qualità, sia per le canzoni che per l’importanza conferita ai produttori (troppo pop), la DM Band continua a macinare centinaia di concerti all’anno come una macchina da guerra perfettamente oliata e, lasciatemelo dire, imbattibile (chi erano quei ragazzi della strada E?). 
Non a caso è impossibile tenere il conto di tutti i dischi dal vivo del gruppo (otto i cofanetti ufficiali, due quelli di Dave con Tim Reynolds, almeno undici quelli della serie Live Trax, più una spolverata di DVD...) ed ascoltare un concerto dal vivo è come assistere ad uno show - che in Italia ancora manca, fra l’altro. Non so dire con certezza quali dischi siano i migliori fra tutti questi, probabilmente è una questione di gusti e soprattutto di mood al momento dell’acquisto, ma questo Live At Piedmont Park (Atlanta, Georgia) sicuramente è uno di quelli. Si tratta di uno show memorabile, a detta di chi lo ha testimoniato sul web, un concerto benefico in cui la DMB è stata preceduta da un’altrettanta galvanizzata ABB - Allman Brothers Band). 
Qui sul palco rimangono con i ragazzi della Band, Gregg Alman (voce e chitarra), Warren Haynes (voce e chitarra) e Butch Taylor alle tastiere, oltre a un grande Rashawn Ross alla tromba a creare una indiavolata sessione di fiati con il sax di LeRoi Moore. Il risultato è soul, è R&B, è funky, un Dave così su di giri che a volte nelle sue lunghissime canzoni si mette ad urlare più che cantare. Un James Brown del Groove. 
La scaletta è, per fortuna, classica, probabilmente per compiacere il pubblico ma il risultato è grande: oltre ai pezzi migliori ci sono rare apparizioni come una rara e bellissima Dreaming Tree di 15 minuti, una cover di Melissa cantata da Gregg Allman, e qualche pezzo che mi pare inedito, come Cornbread e Eh Hee. La Band si lancia in un tour de force pazzesco (come possono al batterista Carter Beauford non schizzar via le braccia in pezzi pompatissimi di un quarto d’ora?) ed il risultato è contagioso. 
Un disco dai colori caldi della sua copertina. 
Imperdibile se già amate la DMB. 
Imperdibile se non la conoscete ancora. Un concerto su tre CD".

Blue Bottazzi 2008

☆☆☆☆   (ottimo)
Genere: Groove
RCA, 2007
in breve: la DMB (ad Atlanta con gli ABB) al suo meglio, in chiave funky & soul