domenica 8 marzo 2009

Donne in rock


Anni fa Zambo mi chiese: “chi è la tua cantante preferita?”
Ai tempi la risposta variava fra Joan Armatrading, talento anglo-caraibico autrice di un poker di album che testimoniavano un talento naturale, Joni Mitchell, raffinata folk singer canadese aperta alle sonorità e alle collaborazioni jazz, Carolyne Mas, una meteora del rock & roll di NYC che per un paio di anni pareva la Springsteen in gonnella. Non ricordo cosa risposi quel giorno. Questa lista è quello che risponderei oggi. In ordine strettamente cronologico.

Lucinda Williams > West (2007)

Un songwriting asciutto ed essenziale. La Williams è una cattiva ragazza che non si complica la vita per cercare canzoni orecchiabili o piacevoli, ma mette a nudo con grande naturalezza il proprio spirito, la propria storia, le proprie emozioni, e con la sua voce oscura e malinconica va dritta al cuore con ballate che emozionano e che solo “per caso” usano la sintassi del rock, del folk rock o del blues. Car Wheels On A Gravel Road (1998) è il suo disco classico, West è meno country e più rock e tosto.

Mary Gauthier > Mercy Now (2005)

Mary Gauthier è nata 47 anni fa a New Orleans, proprio di questi giorni. Aveva 35 anni quando scrisse la sua prima canzone ed andava per i quaranta quando ha decise di vendere il ristorante di soul food che gestiva, il Dixie Kitchen, per finanziare il proprio disco, registrato in proprio. E di cose da cantare ne ha, affondando le mani nei duri ricordi della propria vita, dall’essere orfana allevata da una coppia cattolica che litigava dalla mattina alla sera, a diventare una ragazza difficile (ha compiuto i 18 anni in carcere) e una alcolizzata poi. Uscita letteralmente da questo circolo vizioso con il lavoro delle proprie mani, è passata da lavapiatti, a proprietaria del ristorante e poi a cantante country. Oggi è una delle più sincere cantautrici d’America, ed alcuni dei suoi dischi e delle sue canzoni sono dei gioielli. Il capolavoro è forse questo, ma le sue belle canzoni sono sparse dappertutto.

Eva Cassidy > Time After Time (2000)

Probabilmente Eva Cassidy è la più straordinaria voce femminile che io abbia ascoltato. Purtroppo non ha fatto in tempo a raggiungere il successo in vita, perché è morta di tumore nel 1996 all’età di 33 anni. Non ha pubblicato album significativi da viva e la leggenda è nata ad opera delle tante canzoni che ci ha lasciato sui nastri. Non ha neppure scritto canzoni; è una cantante e la sua forza è nella voce, così straordinaria e forte da essere unica. Forte, calda, sicura, pura: ascoltarla riscalda l’anima. Non essendo mai stata prodotta a livello professionale, la sua voce magica si presenta nuda alle orecchie, senza trucco, cerone e sovrarrangiamenti. Il suo repertorio spazia nel roots rock, classici del soul, rithm & blues, folk, pop, gospel e jazz. La band che la accompagna è sempre discreta, di quella bellezza che ha il suono del sud o del mid-west, alla NRBQ per intenderci.
Nata a Washington DC nel 1963, il suo unico lavoro ufficiale è un disco “jazz” dal vivo in un club di Washington (il Blues Alley); insoddisfatta del risultato, si rinchiude in studio con la band per registrare una quantità di canzoni per un progettato “Eva By Earth”. Non lo vedrà uscire, perché un melanoma la fulmina nel novembre di quello stesso anno. Tutti i dischi che testimoniano del suo grande talento usciranno postumi da quelle registrazioni. È ovvio che con un catalogo composto interamente di inediti non tutte le canzoni sono perfette, a volte si perde il ritmo e si finisce sul mieloso; ma alcune sono imperdibili e sempre la voce è emozionante.

Sheryl Crow > Sheryl Crow (2000)

Oggi si è trasformata in una anonima cantante pop californiana, ma negli anni ‘90, dopo una gavetta come corista di Michael Jackson, imbracciò una Fender per resuscitare il rock classico delle chitarre. Attraverso i circuiti “groove” come l’H.O.R.D.E. ha creato un suono sporco ed energico fra country rock e Rolling Stones, che è piaciuto anche a Bob Dylan che ha voluto cantare una delle sue canzoni. Dopo il disco dal vivo, dagli anni 2000 ha voluto traghettarsi sul versante solare del rock, alla Beach Boys, perdendo fascino e ispirazione ma approdando alle classifiche. L’omonimo Sheryl Crow è il suo Sticky Fingers.

Shawn Colvin > Cover Girl (1994)

Robusta cantautrice texana (anche se è nata in South Dakota) è arrivata al successo con dischi un po’ patinati made in Hollywood. Ma ci ha lasciato una gemma con questo sincero e semplice album di cover, dove con arrangiamenti essenziali e talvolta registrati dal vivo, rende omaggio alle proprie radici e al repertorio dei club in cui è cresciuta, interpretando Bob Dylan, Tom Waits, Police e soprattutto la bella Twilight di Robbie Robertson (Band).

Carolyn Mas > Hold On (1980)

Una meteora: per un paio di anni Carolyne Mas sembrò la versione femminile di Bruce Springsteen a NYC, con l’album omonimo nel 1979 e il seguito Hold On. Rock & Roll, belle canzoni e molta energia.

Bonnie Raitt > Sweet Forgiveness (1977)

La regina del rithm & blues bianco. I primi dischi, inizio anni settanta, sono molto roots, acustici, folk e blues, i più recenti sono decisamente troppo mainstream (commerciali); il robusto periodo R&B è quello degli ultimi anni settanta di Sweet Forgiveness e Green Light, che suonano con il sapore piccante di NRBQ e Little Feat. Non fosse cambiata sarebbe lei la mia fidanzata ideale.

Joan Armatrading > Show Some Emotion (1977)

Negli anni settanta questa cantante anglo-caraibica ha registrato una serie di canzoni con la stessa naturalezza che noi ci mettiamo nel parlare o nel camminare. Musica soul nel senso di musica dell’anima. Poi ha raggiunto il successo di classifica con un paio di singoli e di album ed in seguito si è eclissata dalla scena musicale per tornare di recente in chiave minore. Difficile scegliere l’album migliore del periodo, canzoni bellissime sono sparse per tutti gli anni settanta.

Joni Mitchell > Hejira (1976)

La sofisticata cantautrice canadese, catturata in Hejira nel suo cammino dal folk al jazz. Per molti i suoi album migliori sono i precedenti (come Blue), per me Hejira è perfetto. Ascoltare il morbido basso di Jaco Pastorius per credere.

Patti Smith > Horses (1976)

La poetessa del punk nello splendore del big bang. Prodotta da John Cale. Nei primi tre dischi, la vera Rolling Stone in rosa.

Blondie > Blondie (1976)

Molte sono le cantanti esordite con la new wave. La band di Debbie Harris all’esordio ha il fascino di un B-movie in cinemascope.

Grace Slick > Manhole (1974)

Una grande voce del flower power anni sessanta, libera di scorrazzare in un disco a proprio nome.

Janis Joplin > Pearl (1971)

Pearl è l'album solista di questo mito del rock. All'uscita del disco Janis era già morta da quattro mesi per overdose, triste epilogo di un percorso autodistruttivo che l'aveva portata a diventare una icona della generazione hippie. L'album non è perfetto, ma canzoni come Cry Baby, Me And Bobby McGee e Mercedes Benz testimoniano una forza che forse nessuna altra cattiva ragazza del rock & roll ha avuto dopo di lei.

Julie Driscoll, Brian Auger & Trinity > Street Noise (1969)

Un’altra voce senza uguali. I suoi dischi solisti (anche come Julie Tippetts) non sono all’altezza delle sue canzoni degli anni sessanta con i Trinity di Brian Auger. I momenti più belli sono in Street Noise.

martedì 3 marzo 2009

Crossroads


Una delle storie più note sul rock è quella dei chitarristi bianchi che vendono l’anima al diavolo per diventare musicisti blues. Pare infatti che un bianco non ce la potrebbe fare, senza un aiuto soprannaturale, a tirare fuori quei suoni da una Fender Stratocaster o da una Gibson Les Paul. In realtà la storia è assai vecchia e non riguarda solo i musicisti bianchi, se il primo per cui è stata raccontata è il mitico Robert Johnson, alla fine degli anni ‘30. La leggenda di Johnson nasce da un album stampato dalla Columbia negli anni ’60 ad opera di John Hammond (il talent scout che scoprì, fra gli altri, Bob Dylan e Bruce Springsteen). Quel disco si chiama King Of The Delta Blues Singers (il Re dei cantanti blues del Delta - del Mississippi) ed è un energica raccolta di blues acustici del sud suonati da un virtuoso che canta come se ne andasse della sua vita. Non si è mai saputo molto su Robert Johnson. Alla fine degli anni ’30 John Hammond sentì un paio race records (78 giri registrati da neri per i neri, che non avevano una distribuzione ufficiale e regolare) che lo colpirono profondamente, e andò a cercare l’autore nel Sud, nel Delta del Mississippi, solo per scoprire che era appena - misteriosamente - morto all’età di 27 anni. Nessuno sapeva come fosse successo (si dice avvelenato da un’amante gelosa) e nessuno sapeva da dove Johnson fosse arrivato. Semplicemente un giorno era arrivato, come dice la sua canzone, da un crocevia (crossroad). Nessuno lo aveva mai sentito prima e lui era il migliore: con le sue lunghe dita metteva assieme accordi sconcertanti che nessuno conosceva, e cantava questi blues che da allora molti musicisti (specie bianchi) hanno fatto divenire dei classici. Si disse semplicemente che Johnson avesse venduto un giorno l’anima al diavolo per essere il migliore chitarrista blues in circolazione. E troppo presto il diavolo l’aveva reclamata, dopo solo un paio d’anni. Ma al diavolo quel giochetto deve essere piaciuto, perché a molti altri negli anni lo ha riproposto. Anche il secondo della lista non è proprio bianco: è Jimi Hendrix, il sorprendente chitarrista mancino che con la sua Fender ha stabilito, in una apparentemente infinita serie di registrazioni, nuovi standard per il suono della chitarra elettrica. Il 18 settembre 1970 a Londra il chitarrista, già diventato mito, pagherà il suo debito. Lo seguirà di lì ad un anno, il 29 ottobre del 1971, Duane Allman, all’epoca forse il miglior chitarrista blues bianco al mondo. Duane si era fatto un nome come session man degli Atlantic Studios, dove aveva fatto da chitarrista per gente come Otis Redding, Aretha Franklin e Wilson Pickett. Ma soprattutto, assieme al fratello Greg e ad una masnada di pirati della Florida, aveva messo in piedi gli Allman Brothers Band, e con essi inventato il cosiddetto rock sudista, che è un misto sudato e cattivo di rock elettrico, blues nero, in lunghissime ballate sostenute dagli assolo della chitarra elettrica. Persino il riff più famoso del più famoso chitarrista del rock, Layla di Eric Clapton, non è di Eric ma è opera di Duane, che lo ideò e lo suonò in quel disco. Con alle spalle capolavori come Layla & Other Assorted Love Songs e Live At Fillmore, e all'apice della celebrità, ancora una volta troppo presto il diavolo si presentò per riscuotere il suo credito, mentre Duane filava su una Harley a Macon in Georgia, nell’ottobre del 71.
Certo la cosa deve aver spaventato Eric Clapton, che con il demonio aveva firmato lo stesso contratto. Che doveva pagare proprio negli stessi giorni, quando fu necessario interrompere le registrazioni del secondo album dei Derek & The Dominos perché tutti negli studi erano troppo fatti per riuscire a mettere assieme una canzone. Ma in modo o nell’altro Clapton se la cavò, nascosto per tre anni nel suo castello vicino a Londra, ed aiutato dall’amico George Harrison (che, assieme a pete Townshend, fu anche l’ideatore del suo ritorno alle scene nel Rainbow Concert). 
In cambio, è noto, Eric si innamorò di sua moglie Pattie, che sposò parecchi anni dopo. Purtroppo il Diavolo non è un ragazzo gradevole, e se non poté avere Eric né allora né poi, gli rubò la persona che più amava, e a cui Eric avrebbe poi dedicato la struggente canzone Tears In Heaven, probabilmente la più bella della sua carriera. 
In qualche modo legato a Clapton fu anche un altro grande chitarrista texano, Steve Ray Vaughan. Anch’egli comparso dal nulla, in occasione della registrazione di Let’s Dance di David Bowie, Vaughan si creò in pochi anni la fama del più veloce chitarrista del West, oscurando nei live show tutti i chitarristi con cui si trovava a duellare. Fu proprio dopo un concerto con Clapton e Buddy Guy, il 26 Agosto del 1990, che Steve salì su un elicottero che non sarebbe mai atterrato.
Un chitarrista dal passato oscuro come quello di Robert Johnson stesso è il mitico John Campbell. Chitarrista voodoo, forse di New Orleans o forse solo ispirato ai bajou della Louisiana, dal viso aguzzo e gli occhi poco rassicuranti (alla Willy DeVille), ossessionato da immagini di teschi, ciondoli con incastonate ossa, e altra agghiaccianti immagini, Campbell respirava con un polmone solo ma suonava il più spaventoso rock blues con la sua National Guitar, splendente come la luna piena nella notte. 
Le sue canzoni si intitolano “Il demonio nel mio armadio”, “L'Angelo del dispiacere”, “L’angolo del Voodoo”, “Un credente”, “Giù nel buco”, “Il lupo fra gli agnelli”. Una notte smise semplicemente di respirare mentre sognava, e non si svegliò più.

lunedì 2 marzo 2009

Van Morrison > Astral Weeks Live At The Hollywood Bowl


Astral Weeks, anno di grazia 1968, è il punto di partenza della straordinaria discografia dell’irlandese maledetto, ma ne rappresenta anche l’apice, almeno in tandem con il successivo Moondance (1970). Tanto mistico il primo, quanto R&B il secondo. Quarant’anni dopo, Astral Weeks Live At The Hollywood Bowl ne rappresenta la celebrazione live nel nuovo millenio, secondo una tendenza inaugurata da dischi come Trinity Revisited dei Cowboy Junkies o Berlin Live At St. Ann’s Warehouse di Lou Reed. 
Astral Weeks è un disco unico, quali se ne sono visti pochi nella storia della nostra musica: assolutamente originale e differente, registrato in sole due sessioni di registrazioni, in qualche modo improvvisato, è un delicato quando riuscito equilibrio fra una flusso di coscienza libero di Van alla chitarra acustica e una serie di strumenti quasi jazz che si intrecciano liberi di inventare. 
Un disco la cui riuscita è frutto di un delicato equilibrio, assai difficile da rievocare; è stato difficile persino per George Ivan Morrison rimettere a fuoco la tensione musicale che si realizzava nelle due facciate del LP originale. Il nuovo disco, registrato in concerto all’Hollywood Bowl di Los Angeles il 7 e 8 novembre 2008, non centra infatti l’obiettivo di aggiungere alcunché al disco originale.
Se da un lato Astral Weeks Live costituisce la splendida occasione di riascoltare quelle canzoni immortali e di rievocarne il piacere, dall’altra le nuove versioni mancano spesso della sua profondità, delicatezza, della tensione emozionale. Come se la copertina del nuovo disco ne fosse la metafora, le canzoni appaiono come la versione in bianco e nero delle originali, denunciando la mancanza del delicato melange dell’intrecciarsi degli strumenti acustici, della tridimensionalità del suono e dei picchi emotivi.
Una felice eccezione è costituita dalla nuova versione di Beside You, che prende forma sul dialogo fra una chitarra classica suonata dallo stesso Jay Berliner del disco del 1968 e da un violino che inventano nuove sensazioni per una vecchia canzone. Anche The Way Young Lovers Do comunica il piacere di ascoltarlo. Ma il paragone su una mitica sequenza come sarebbe dovuta essere Cyprus Avenue / Ballerina / Madame George è improponibile e alla fine del tris la voglia di ascoltare gli originali è forte. I nuovi arrangiamenti sono più lunghi, con nuove code aggiunte dal Van e in un ordine leggermente differente. A Madame George, che chiude la nuova scaletta, sono aggiunte infine Listen To The Lion, che dei concerti è stato il bis, e soprattutto una breve Common One (la parte conclusiva della traccia Summertime In England, dall’album che nella discografia successiva di Van Morrison più si è ispirato ad Astral Weeks) che, sia pure semplificata rispetto all’originale, trae la propria linfa dal divertimento del cantante di farla crescere in un infuocato groove soul.

Come concludere: un bel regalo, davvero, questo nuovo Astral Weeks, ma niente più di un bel disco al confronto del capolavoro epocale che fu quarant’anni fa l’originale. Potrebbe George riprovarci con Moondance, le cui canzoni si prestano in modo naturale al trattamento Live.

PS. La scaletta dei concerti del 7 e dell’8 novembre:

Wavelength, Saint Dominic's Preview, And the Healing Has Begun, It's All in the Game > You Know What They're Writing About, Troubadours, Angeliou, Moondance, Brown Eyed Girl Gloria.

Wavelength, Saint Dominic's Preview, Caravan, It's All in the Game, Here Comes the Night, And the Healing Has Begun, Common One, Brown Eyed Girl, Gloria.

...avrebbe potuto ricavarci un CD doppio.

☆☆☆ ½   (piacevole)
Genere: Soul bianco
Listen To The Lion, 2009
in breve: un altro modo di ascoltare un classico

da ascoltare con:
Van Morrison > Astral Weeks
Van Morrison > Moondance
Van Morrison > It’s Too Late To Stop Now