giovedì 29 gennaio 2009

Tutte le volte del Boss


Quante volte ho avuto per le mani un nuovo disco di Bruce Springsteen?

La prima volta che sentii parlare del Boss fu nel 1975 in occasione del lancio di Born To Run, ricordate, quella cosa del futuro del rock & roll. Erano altri tempi e non ero ancora molto dentro il ROCK delle chitarre. Mi ricordo che avevo preferito l’altro esordio, quello dei Tubes di Los Angeles. 
Il bis non arrivò fino al 1978 con Darkness. Anche allora non ero ancora un fan di Bruce. Ricordo che ero più eccitato per Street Legal di Bob Dylan e anche forse Heat Treatment di Graham Parker (che è del 1976 ma io lo trovai solo quell’estate). Ma quel disco asciutto, romantico, carico di frontiera apriva gli occhi e la fantasia ad un mondo nuovo. L’anno successivo un amico che studiava a Venezia si presentò a casa con quattro copie di un triplo bootleg dal vivo che a suo dire non potevo non ascoltare. Lo comprai: si intitolava Winterland 1978. Probabilmente uno dei dischi migliori della mia vita. C’era dentro tutta l’epopea del rock & roll, c’era dentro questa banda di magnifici sette rocker, c’era il cinema, c’era il romanticismo, c’era il mito. Da allora sono un grande fan dell’uomo.

Nel 1980 mi trovai in mano la copertina del doppio The River. Pensavo che fosse un disco dal vivo, perché gli album doppi registrati in studio si contavano sulle dita di una mano: Dylan, Beatles, Stones. Mi immedesimai in quelle canzoni al punto che in tre amici ci eravamo dati il soprannome di Boss, Big Man e Miami. Io ero Miami. Vidi anche la E Street Band per la prima volta dal vivo, a Zurigo. Springsteen ci regalò anche un "lato B" di quell'album registrando Dedication con Gary U.S. Bonds e la E Street Band al completo.

Nel 1982 ero nel magazzino di un grossista di dischi, quando sentii dagli altoparlanti l'inconfondibile voce roca che cantava una canzone malinconica: era il disco nuovo, Nebraska. Neanche si sapeva che era acustico e registrato su un registratore portatile. Ne avrei imparato le canzoni a memoria.
Nel 1984 Born In The USA fu preceduto dal singolo Dancing In The Dark. Una canzone che a tutta prima lasciava perplessi; il retro non era male, Pink Cadillac. Il long playing era stupefacente: il disco rock & roll definitivo degli anni ottanta (quello degli anni settanta è stato Rock & Roll Animal). Lo ascoltai tutto il giorno andando a Milano ad un appuntamento, e alla sera ero parcheggiato in macchina con questa ragazza a spiegarle ogni canzone. Certo, lei doveva avere una bella passione per me per sopportarmi, ma credo che il disco le piacque.

Il Live 1975-1985 fu il mio primo CD. Lo comprai e solo dopo andai nel negozio di hi-fi per acquistare il lettore di compact disc.

Nel 1987 fu la volta di Tunnel Of Love. La copertina era meno eccitante degli altri, ma mi riconobbi in tutte quelle canzoni d'amore.
Poi fu la volta dei due CD assieme, Human Touch e Lucky Town (1992). A differenza del solito lo ascoltai in negozio. Il CD era Lucky Town e le prime due canzoni erano bellissime, Better Days e Lucky Town. Ancora oggi penso che i due dischi sarebbero stati più grandi in una confezione unica doppia. Anche Plugged non mi dispiacque, anche se non seguii il tour - e chi lo fece non si dichiarò entusiasta di quella band.

Il Greatest Hits non mi piaceva, le canzoni non legavano, anche se fu un'occasione perduta per un nuovo grande album con la E Street Band, Blood Brothers, che i riuniti E Streeters in gran forma registrarono per mettere un paio di inediti nell’antologia. Le altre canzoni uscirono successivamente sparse qua e la. Peccato.

The Ghost Of Tom Joad mi lasciò più freddo degli altri dischi: la copertina non era bella e metà delle canzoni cominciava a mostrare la corda: troppe parole, che ne era dell’asciutta poesia di Nebraska?

Tracks e 18 Tracks sono belli, ma non potevano dare la stessa emozione dei primi dischi. 

Live In New York City e The Rising non li comprai neppure nel giorno dell’uscita, e Devil & Dust lo presi addirittura mesi dopo; ancora oggi non ricordo i titoli delle canzoni. Comunque Further On Up The Road è una canzone con i fiocchi.

Born To Run in "versione dell’anniversario" e Hammersmith Odeon London '75 riaccesero la voglia di ascoltare Springsteen, mentre The Seeger Sessions mi diede all’istante la stessa scossa dei capolavori dei tempi classici. Anche lo show è quello che più mi ha emozionato (va beh, con Hallenstadion e San Siro del tour Born In The USA). Il Live In Dublin che testimoniava il tour uscì comunque un po' troppo tardi per raccogliere l'entusiasmo che meritava.

Nel settembre del 2007 uscì Magic, di nuovo con gli E Streeters e l’attenzione per il Boss era improvvisamente di nuovo alle stelle. Ricordo che quel giorno pioveva che Dio la mandava. Salii in auto con la mia copia appena stampata, la infilai nello stereo dell’auto e mi misi a girare a vuoto sulla tangenziale al tramonto per ascoltarlo. Senza pregiudizi e senza voler dare giudizi: solo per divertirmi. 
Mi ero proposto di fare lo stesso per Working On A Dream. Invece quando ho avuto in mano il disco (la copertina è meno brutta dal vero che in foto) ho preso il telefono ed ho organizzato un hot-dog party. Ho tirato fuori i miei stivaletti da cowboy, i jeans, la t-shirt dell’ultima tournée, mi sono messo ai fornelli e sono quando ho servito gli hot-dog ho messo finalmente il disco. Mi aspettavo una delusione, invece questo vecchio Boss mi ha convinto subito...

sabato 24 gennaio 2009

Bruce Springsteen > Dream (il primo ascolto)

Siccome l'ultimo Springsteen l'hanno già recensito tutti, mi prendo il tempo di ascoltarlo tranquillamente e senza patemi. Non è comunque un disco minore, è uno Springsteen importante, che riprende la storia interrotta dei suoi dischi classici. Insomma: mi piace.    



Nel giro di qualche ascolto attento credo di averlo messo a fuoco. Non è un disco anni sessanta, come si raccontava. È un disco lirico. Come lo è stato trentacinque anni fa Born To Run. Quello era il canto dell'uomo all'alba che esplodeva verso la propria vita.
Questo è il canto, bucolico, dello stesso uomo che oggi si sente più vicino al tramonto, che si siede nel portico della sua bella casa colonica a Woodstock, guarda le stagioni passare, ricorda gli amici che non ci sono più e canta la malinconica gioia del tramonto. Non è un caso che sotto i titoli di coda del disco scorra la musica di The Wrestler. Non è un caso che la band sia sommersa da cinematografici arrangiamenti orchestrali. È un bel disco, intimo ma allo stesso tempo aperto alle orecchie di chi lo circonda.

Il resto sulla recensione, ma non tanto presto...

giovedì 22 gennaio 2009

alcuni hanno una canzone


Una delle frasi che più spesso mi capitare di citare (anche a me stesso) è di Robbie Robertson, il talentuoso chitarrista della Band, il gruppo americano per eccellenza:

“Alcune persone hanno una canzone, altre ne hanno cinque, altri un centinaio”...

Robbie l’ha pronunciata riferendosi al compagno Richard Manuel, pianista e cantante della Band, che aveva scritto una quantità di canzoni per il primo album, per poi scendere praticamente a zero prima del terzo disco.
Ma la frase di Robertson ha un valore ben più universale. Non solo ci da una buona spiegazione del perché musicisti creino dei capolavori che poi non sono in grado di replicare: che è successo a Willie Nile dopo il primo album, o ai Clash dopo Combat Rock (quando sono passati dalle due dozzine di canzoni all’anno al non essere più capaci di metterne assieme una decente).
Non solo, dicevo, ma anche ci spiega perché i più grandi talenti della nostra cultura non hanno potuto scrivere le stesse canzoni dopo gli anni d’oro. Semplicemente, le avevano “già scritte”.
E non vale solo per il mondo della musica, o della musica rock. Come può il regista di cult movies come Alien e Blade Runner scivolare a fare banalità hollywoodiane che non lasciano trasparire alcun talento? 

Qualche eccezione c’è , da parte di chi è morto: Jimy Hendrix, Stanley Kubrick. Ma mi pare un prezzo un po’ caro da pagare.

mercoledì 21 gennaio 2009

Time Waits For No One


C'è una concentrazione di miti nella pubblicazione italiana, a cura di Feltrinelli, di Shine A Light. Mito numero uno, i Rolling Stones, la band londinese che batte i marciapiedi (si fa per dire) del rock & roll da quarantacinque anni; mito numero due Martin Scorsese, il regista italo-americano di Main Street e Taxi Driver; mito numero tre Mauro Zambellini, giornalista di rock dagli anni settanta, mitica penna del Mucchio Selvaggio quando era il Mucchio Selvaggio. 

I primi suonano nel concerto del film, il secondo è il regista, il terzo è l'autore de "Il tempo è dalla nostra parte", il libro che accompagna la pubblicazione.

Dei tre miti non ho dubbi: il mio è Zambo. Mauro Zambellini non ha mai avuto esitazioni sulla risposta da dare alla domanda tormentone degli anni sessanta e settanta: "Beatles o Rolling Stones?" Per lui gli Stones sono sempre stati la band più muscolosa in città ed i Beatles l'anticamera della musica leggera. Il Tempo è Dalla Nostra Parte (Time Is On Our Side) è dunque l'apoteosi della sua passione musicale. Scritto nel suo bello stile, evocativo, asciutto, colorato, documentato, critico e un po' cinematografico, costituisce il libro italiano definitivo sulla band più rappresentativa del rock inglese.
Il terzo capitolo del libro, Stonesville, attraversa la storia della band in quaranta pagine, e lo fa con l'incontenibile ritmo di uno di quei lunghi treni americani che procedono verso il west; ci troviamo ad attraversare la storia della band, i loro dischi, le loro copertine (queste solo con la memoria, perché non ci sono foto, purtroppo) con la velocità di un concerto di rock & roll e tuttavia con una precisione storica e critica che non fa una grinza. Impossibile non alzarsi a mettere sul piatto uno degli album della band mentre si leggono i racconti ed i ricordi di Zambellini. 
Ma il pezzo forte dell'operazione è il quarto capitolo, In Esilio sulla Costa Azzurra, venticinque pagine che raccontano con partecipazione realistica il disco più mitico della band, il doppio Exile On Main Street del 1972. In quel disco ci sono tutti gli ingredienti che Zambo ama, e si sente: i Rolling Stones britannici del dopo beat, la costa azzurra prima del turismo di massa, il caldo rithm & blues della Cotton Belt, della Louisiana, del Mississippi River. 
E a leggere quella struggente cronaca di un tempo che non c'è più (e di una band che in definitiva non c'è più) Zambellini crea un affresco che a leggerlo mette i brividi - di piacere ma nel mio caso anche di nostalgia. Si può ben dire che tutto quello che Zambo ha scritto fino ad oggi sul Rock sia servito a preparare quel capitolo, da come dipinge le immagini delle registrazioni nella cantina della villa di Keith Richards a Villefranche-sur-Mer, a tinte così vivide che pare di vederla e che pare di esserci stati anche noi lettori a registrare quell'album con gli Stones.

Confesso che da quando ho letto il libro mi sono riascoltato tutti i dischi della band da Come On a Some Girls, e ho persino dedicato a queste canzoni un intero iPod... 
Il concerto di Shine A Light l'ho visto a spezzoni e bocconi, perché quel Circo Orfei ad alta definizione che i tre superstiti sono diventati stona con i Rolling Stones di cui parliamo qui e he amo io. E Martin Scorsese? Non è nuovo a queste gite nel rock, e sulla lavagna dalla parte dei buoni metto The Last Waltz, da quella dei cattivi No Direction Home. Qui fa il suo onesto lavoro di documentarista. Comunque gli ha dedicato un capitolo dello stesso libro Marco Denti: Inseguendo quei bravi ragazzi.

P.S.: non posso esimermi dall'annunciare qualche futura pubblicazione anche mia su questo blog sugli Stones che amo. Niente che possa competere con Zambellini, ma il racconto di quello che la band ha rappresentato per me.

lunedì 19 gennaio 2009

The Gaslight Anthem > The '59 Sound


È da tempo che un disco non mi eccitava così fin dal primo ascolto. Già dalla copertina, addirittura, con quell’aria tutta new wave che potrebbe essere un disco dei Damned del 1977. E il suono: sembra Joe Strummer che suona Bruce Springsteen e Tom Petty, con un suono notturno alla Del Fuegos. Non c’è nulla di strano in tutto ciò: i quattro Gaslight Anthem (basso, batteria, chitarra e chitarra) arrivano dal New Jersey, hanno ascoltato e mitizzato un sacco di musica degli anni settanta e non ne fanno mistero nei loro testi:

“We tattooed lines beneath our skin.
No surrender, my Bobby Jean”.

“Not tonight, not tonight
Honey I, am on fire”

“Is a night I’d like to spend with you
Just twisting the night away”

“I haven't seen Sandy and Johnny, or Mary
I heard they got married
But not me, pretty baby
I still love Tom Petty songs”

“Broken bones Matilda left a note and a rose.
Saying "Baby honey child, I love you so long but you deserve much better than me"

Non ci sono filler fra le dodici canzoni dell’album. Anzi, a parte l’iniziale Great Expectations, il pezzo più pop, e The ’59 Sound, la canzone che da il titolo all’album (“ I wonder which song they're gonna play when we go”), il disco va addirittura in crescendo come se i quattro stessero suonando un concerto, chiudendo con la loro born to run, Meet Me By The River’s Edge, e la soffice Here's Looking at You, Kid:

“You can tell Gayle, if she calls, 
that I'm famous now for all of these rock and roll songs.
And even if that's a lie, she should've given me a try.
When were kids on the field of the first day of school.
I would've been her fool.
And I would've sang out her name in those old high school halls.
You tell that to Gayle, if she calls”

The ’59 Sound è un disco consumato nottetempo on the road: cosa vi portano alla mente canzoni che si aprono con il rombo del motore e che raccontano di auto e di gente che ci sta dentro, come Old White Lincoln e The Backseat? O i versi di Miles Davis & The Cool, dove Brian Fallon chiede alla sua lei di calarsi dalla finestra:

“Now honey, put on your red dress.
And you diamond soul shoes.
Climb on down from that window.
Climb on out of your room.
Cause I've never had a good thing and I've always had the blues.
I always heard that you always kind of wandered, Miles, strike up the Cool”

High Lonesome è una dichiarazione di guerra tesa come una raffica di mitraglia:

“and Maria came from Nashville with a suitcase in her hand
I always kinda sorta wished I looked like Elvis
And in my head there's all these classic cars
And outlaw cowboy bands
I always kinda sorta wish I'm someone else”

In tutto l’album la batteria ed il basso non smettono mai di battere il ritmo, come su un disco dei Ramones, e capisci che per i ragazzi il rock & roll è una questione di vita o di morte e che nelle loro canzoni batte davvero un cuore. Alla fine della corsa, i ragazzi restano ancora un po' sul sedile posteriore:

"In the backseats of burned out cars.
In the disenchantment lane.
The ideal angels twist and turn, ask forgiveness for future mistakes"

Brian Fallon, il cantante, è nato a cinque isolati di distanza dalla E Street. Racconta che fino a questo disco ha cercato di assomigliare il meno possibile a Springsteen; poi ha capito che era fatica sprecata, perché è li che abita la sua anima. The ’59 Sound è il secondo disco della band, preceduto da un album d’esordio del 2007, Sink Or Swim, che mi dicono più punk e con un pezzo dedicato esplicitamente a Joe Strummer, e da un EP, Señor And The Queen, dove nei testi rendono omaggio a Elvis, Sam Cooke e Meat Loaf.
Teneteli d’occhio, perché i Gaslight Anthem sono nati per correre.

Hey hey my my, rock & roll will never die...


★ ★ ★ ★   (ottimo)
Genere: ROCK
SideOneDummy, 2008
in breve: Joe Strummer che canta Born To Run

sabato 17 gennaio 2009

Lou Reed > Berlin (il film)


C'è una generazione che ha mantenuto economicamente tutto il music business. Prendete me: ho comprato Berlin in LP. Poi l'ho comprato una seconda volta in CD. Poi ho ricomprato il CD con la copertina in cartone, sperando che la masterizzazione fosse migliore della precedente. Ho comperato Berlin dal vivo in concerto al St. Ann Warehouse. Ora ho comperato la versione cinematografica di quel concerto: fanno in tutto cinque volte Berlin. Lou Reed dovrebbe spedirmi personalmente gli auguri di Natale...
Aggiungo però che raramente ho speso i mie soldi tanto bene come in questa occasione. Confesso che prima di visionare il film ero addirittura un po' preoccupato: Berlin il disco (1973) è una straordinaria opera in rock, che racconta in modo quasi cinematografico l'amore malato e maledetto di due junkies (Jim e Caroline) nelle città di Berlino. Nel 2006 Lou Reed ha messo assieme questo suntuoso live show in cui non solo esegue quel disco dal vivo, ma anche proietta immagini cinematografiche delle canzoni. Dunque, mi preoccupava un po' trovarmi a confrontarle con le immagini che mi ero creato nella mia immaginazione per tutti questi anni. È un po' come vedere il film tratto da un libro: Jim e Caroline mi avrebbero deluso?

Fin dalle prime scene è evidente che le riprese ed i montaggi sono splendidi, e la band è bella anche a vedersi. Finalmente faccio la conoscenza di quel grandissimo chitarrista che è Steve Hunter, che ho tanto amato in Rock'n'Roll Animal (1974), il capolavoro live di Lou Reed. Poi c'è il resto della band, e una intera sezione di fiati e di archi, ed un coro di bambini di Brooklyn oltre al coro di quell'ambiguo extraterrestre che è Antony e di Sharon Jones. 
Da subito mi rendo conto che è giusto il colore, è giusto il suono e soprattutto è giusta anche Caroline, perfettamente catturata da Emmanuelle Seigner (nonostante sia bionda, ed io Caroline me la sia sempre immaginata mora).


Anche Lou Reed ha più un aspetto da cattivo soggetto oggi che si presenta sul palco con un paio di occhiali da professorino ed è naturalmente molto invecchiato (ha le stesse rughe di Mick Jagger), di quando era biondo ossigenato, giovane ed avvolto da abiti di pelle.

L'esecuzione di Berlin è ancora più godibile a vedersi che ad ascoltarsi semplicemente, perché osservare all'opera Steve & soci fa cogliere un sacco di sfumature che potevano essere perdute, specialmente se si è impegnati a paragonare la band di oggi a quella del 1973 (il cui bassista, per inciso, era Tony Levine). 
Ed è evidente che l'esecuzione di oggi è più calda e più rock, specie in passaggi come How Do You Think It Feels e Oh Jim, assolutamente potentissime. La band è puro rock elettrico come ai tempi del citato R&R Animal, l'esecuzione semplicemente perfetta, e persino il cantato di Lou Reed, più recitato che nel passato probabilmente per motivi di potenza vocale, diventa piacevolissimo potendo godere delle significative smorfie con cui accompagna le parole che canta. Questo Berlin, perfettamente diretto dal regista Julian Schnabel, è insomma più importante e godibile che mai. 
Dopo la conclusione dell'opera originale persino l'epilogo di Candy Says diventa più fruibile, osservando il duetto fra Antony e Reed, ed è tollerabile anche Rock Minuet. Sweet Jane, in una versione eccessivamente rilassata ma con la chitarra solista di Hunter, si capisce ora bene essere il bis del concerto.

Fatevi un regalo: guardate questo Film, è una perfetta opera in Rock. Non me ne sovviene una migliore.

giovedì 15 gennaio 2009

Do You Believe In Magic


"Il critico musicale è uno che non sa scrivere che intervista uno che non sa parlare per uno che non sa leggere" (Frank Zappa)

Un vero rock & roll diary, questo "Do You Believe In Magic", un libro di Paolo Vites. Ce ne sono pochi di diari del rock & roll, specie se si considera quanto questa musica abbia accompagnato la vita di tre o quattro generazioni: il Diario di una Rock & Roll Star di Ian Hunter, e forse il Diario di un giocatore di basket di Jim Carroll (dico forse perché non l'ho letto...). 
Ma qui a scrivere per raccontare di come la propria vita abbia percorso i binari del rock & roll non è un musicista, ma un giornalista musicale, per giunta nemmeno londinese o di new york, ma ligure. Un libro realizzato come un disco, con capitoli intitolati come canzoni per testimoniare, frammento dopo frammento, racconto dopo racconto, cosa le canzoni della musica rock abbiano significato per Paolo Vites e migliaia di ragazzi come lui. Vites racconta con passione, emozione e precisione ma anche con grande umiltà esperienza personali, interviste, concerti, momenti della sua vita che hanno partecipato alla sua grande passione per la musica. Lo fa tenendo un profilo volutamente basso, quasi a non voler fare ombra ai fatti che racconta; personalmente penso che se avessi cenato con Bob Dylan o con Ricky Danko io sarei ben più arrogante... ma si percepisce che Vites è un buono, e infatti quello che ama è un rock solare: non c'è spazzatura, non c'è "sesso e droga e rock e roll" in Do You Believe In Magic (né Stones o Lou Reed o Stooges), al contrario c'è Paolo che va ai concerti con la moglie e la figlia. 
I miei capitoli preferiti sono Natale deve essere stanotte, Le campane di Dublino e Sulla spiaggia, racconti davvero ispirati. Un demonio sulle mie tracce mi ricorda un mio post, Crossroads, ma probabilmente perché abbiamo raccontato entrambi la stessa storia.
Il capitolo meno riuscito è l'introduzione, dove Vites cerca di spiegare perché il rock è tanto importante per lui, anziché mostrarlo come fa nei bei capitoli che seguono, lasciando che il lettore partecipi direttamente alla sua testimonianza. 
Un libro caldamente consigliato a tutti quelli che pensano che questa musica abbia in qualche modo influenzato la propria vita...

PS: la copertina: tu quoque, Paolo? Non hai una foto un po' più roccante e rollante?

domenica 11 gennaio 2009

Massimo Bubola > Dall'Altra Parte del Vento

Duemilaeotto anno della maturità per Massimo Bubola. Prima se ne esce con Ballate di Terra e d’Acqua, poetico e poderoso disco di rock delle chitarre, a parere di chi scrive il migliore della sua carriera e disco dell'anno. Poi celebra l’amico Fabrizio De André con questo Dall’Altra Parte del Vento, rivisitazione delle canzoni composte con lui nella lunga collaborazione durata dal 1977 al 1990. L’altra faccia di Massimo Bubola, verrebbe da scrivere, se non fosse che invece queste canzoni suonano esattamente come i suoi pezzi rock. Superati i primi due ascolti, per ripulirsi le orecchie dagli arrangiamenti a cui eravamo abituati, i nuovi arrangiamenti suonano come l’attuale rock delle chitarre di Bubola (ed infatti al suo fianco c’è sempre il chitarrista Simone Chivilò).

Rimini, che introduce il lavoro, suona tzigana come un pezzo di Tonino Carotone. Un ritmo ipnotico che non si può fare a meno di ballare, e iniziare una festosa danza è esattamente quello che facciamo io e mia figlia ogni volta e ovunque la canzone inizia a suonare.
Tra le altre, le canzoni che suonano più straordinarie sono Fiume Sand Creek, sul massacro dei Cheyenne ad opera della milizia del Colorado, una ballata evocativa più forte che mai. Dall’altra parte del vento, canzone nuova per ricordare Faber come se fosse ancora vivo. Sally, malinconica murder ballad. Invincibili, composta con Cristiano De André. Colline Nere, continuazione della storia del fiume Sand Creek.
E poi ancora avanti per altri otto pezzi, forse più vicini alla sensibilità degli arrangiamenti tradizionali da cantautore.
Un modo bellissimo di celebrare, noi e lui, l’amico fragile.

PS: oggi sono passato assolutamente per caso in un megastore di musica e film. C’erano due scaffali di dischi di Fabrizio De André, ma anche una dozzina di copie di questo disco di Massimo Bubola e altrettante del suo precedente Ballate di Terra e d’Acqua. Anche le celebrazioni servono se tante persone nuove ascolteranno queste canzoni...


★ ★ ★ ★ (ottimo)
Genere: Cantautore
Eccher, 2008
in breve: dolce e classico

martedì 6 gennaio 2009

The Byrds


La storia dei Byrds, l’autentico contraltare americano dei Beatles, nasce quando Jim McGuinn nel 1964 entra in un cinema in cui proiettano A Hard Day’s Night dei Beatles. È il 1964, un anno di straordinaria vitalità per quella che diventerà la nostra musica: è in atto la British Invasion, ovverosia la musica rock che nata nei secondi anni cinquanta negli USA è approdata nella fertile Londra a dare origine alla Swinging London (un bollente melting pot di Mersey Beat e British Blues che genera l’era classica del Beat) ora rimbalza di nuovo negli USA per conquistare il cuore di quella che diventerà la generazione freak, hippie, flower power. 
Agli albori di questo nuovo Rinascimento stanno i Byrds, o meglio McGuinn che entra nel cinema, si perde nel mito dei Fab Four e si domanda se può fare la stessa cosa. Ispirato dalla chitarra di George Harrison (che è il più freak dei quattro di Liverpool) compra una chitarra come la sua, una Rickenbacker, e mette assieme un gruppo che nel giro di pochi mesi sarà composto dagli straordinari talenti di David Crosby, Chris Hillman e Gene Clark. Con Michael Clarke alla batteria il gruppo si da il nome definitivo di Byrds, citando come in gran parte della propria carriera l’idea del volo ma cambiando la “i” di birds (uccelli) in “y” in omaggio ai Beatles che avevano fatto (pressappoco) la stessa cosa con il proprio nome. Con sede in Los Angeles, California, sono destinati ad ispirare una gran parte del rock americano della west coast di li a venire. 

McGuinn ha già una certa esperienza come arrangiatore ed è sua l’idea di arrangiare in “beat” una canzone di Bob Dylan, l’artista che è padrino della nuova scena americana e che con i suoi dischi sta scrivendo il songbook della nuova musica. La scelta cade su Mr. Tambourine Man, che viene riarrangiata elettricamente con un contagioso effetto jingle jangle legato alle dodici corde dalla Rickenbacker di Jim. I 2 minuti e 29 secondi di quella canzone hanno un effetto incalcolabile: come un’esplosione la canzone porta nel 1965 i Byrds al numero uno della classifica americana, li rende famosi in patria al pari di Beatles e Rolling Stones, eccita la fantasia di Bob Dylan convincendolo di poter suonare arrangiamenti rock ed ispirando in qualche modo i suoi capolavori a venire come Highway 61 Revisited e Blonde On Blonde
Della cover della sua All I Really Want To Do, Dylan dirà, entusiasta: "si potrebbe persino ballarla!"
Negli anni a venire i Byrds ispireranno la psichedelia americana ed il movimento Hippie di San Francisco, saranno padrini della scena “west coast” di Los Angeles e suggelleranno quella fusione di rock e country che dura ai giorni nostri.
Ma torniamo al 1965: l’album che segue si intitola come il singolo, contiene dodici canzoni e a dispetto dell’epoca è qualche cosa di più unitario di una raccolta di 45 giri (come ai tempi era considerato il long playing), merito di un arrangiamento molto omogeneo, della pulizia del suono ma soprattutto della belle canzoni di Gene Clark, il vero “autore” dell’album. Sono sue I’ll Feel A Whole Lot Better (con il riff “probabilmente starà molto meglio quando te ne sarai andata”), You Won’t Have To Cry, Here Without You, It’s No Use e soprattutto la dolcissima ballata I Knew I’d Want You. Completano il lavoro altre tre cover di Dylan ed una conclusiva We’ll Meet Again ispirata ai titoli di coda del Dr. Stranamore di Stanley Kubrick. Nel disco gli strumenti, per scelta della Columbia Records, sono suonati da session man, ma voci, cori e chitarra dodici corde sono inconfondibilmente dei ragazzi, che si presentano nella evocativa copertina in perfetta acconciatura Mersey Beat.

Turn! Turn! Turn!, il secondo disco di una band che è già un mito, è la continuazione del primo, con l’arrangiamento dell’omonimo brano di Pete Seeger al posto di Dylan e con una altra infornata di cover di Dylan e di originali di Clark.
Jim McGuinn sul palco è il leader della band, ma in sala d’incisione è un’altra storia. Le canzoni di Gene Clark sono il baricentro del gruppo, ed il talento, non solo vocale, di Crosby e Hillman il collante. È nella frizione fra questi talenti che si prepara il germe di dissoluzione della band; McGuinn non ha una mentalità troppo aperta al lavoro di gruppo, e passerà tutto il tempo classico della band a cercare di dissolvere il patrimonio di talenti che si cela nello scrigno dei Byrds. La prima vittima è proprio Gene Clark; con la spiegazione che “ha paura di volare” (una bella metafora per un byrd che se ne va) è il primo dei membri originali a lasciare il gruppo. 

La carriera di Clark proseguirà su un basso profilo di vendite ma con la realizzazione di almeno due album splendidi, White Light (1971) e No Other (1974) che, a modesto parere del sottoscritto, potrebbe essere il più bel disco della musica della west coast.

Ma se i primi due album erano di Clark, anche il terzo, il celebrato Fifth Dimension, non è tutto di McGuinn quanto anche di David Crosby, il più freak, il più beat, il più sperimentatore della gang. La Quinta Dimensione, anno 1966, apre ufficialmente l’era della psichedelia USA, in anticipo sulla Summer Of Love e sull’ondata suggellata un anno dopo da Sgt. Pepper dei Beatles. Lasciato beat e folk, i quattro si lanciano in una ardita sperimentazione dei sapori space rock, raccontando di viaggi più o meno lisergici nella quinta dimensione (5D, a penna McGuinn), Mr. Spaceman (ancora McGuinn) Eight Miles High (arriva Crosby), Cpt. Soul e una prima cover di Hey Joe, fortemente voluta da Crosby ma ancora priva del fascino con cui la dipingeranno tante future versioni, prime fra tutte quella di Jimi Hendrix e di Willy DeVille. Un disco il cui fascino arriva ai giorni nostri.

Quando arriva il 1967 e l’estate dell’amore, per qualche febbre di anticipare il futuro i Byrds sono già oltre. Il loro nuovo disco è Younger Than Yesterday, un album di canzoni, solido, dolce, poetico, anticipatore della west coast degli anni a venire. Dopo Clark, McGuinn e Crosby, tocca a Hillman questa volta dirigere il gioco. L’ex mandolinista bluegrass esordisce nel songwriting e lo fa alla grande. So You Want To Be A Rock’n’roll Star è un grande hit (scritto a due mani con Jim), The Girl With No Name è una ballata splendida, e poco sotto sono Have You Seen Her Face, Time Between, Thoughts And Words. Dylan è presente con My Back Pages, che ispira il titolo di un album che sono in molti a considerare il migliore del gruppo.

A causa delle frizioni interne David Crosby è costretto a lasciare i Byrds ed il batterista Michael Clarke lo seguirà a ruota dopo la registrazione del successivo The Notorious Big Brothers, del 1968. I “fratelli” sono rimasti due, McGuinn e Hillman, e anche se qualcuno considera il disco quasi a livello dei precedenti, le vendite sono comunque in calo. Fra le canzoni la più bella è sicuramente la sognante Wasn’t Born To Follow che infatti finirà nella colonna sonora del cult movie Easy Rider, e Goin’ Back (entrambi a pregiata firma King / Goffin).

David Crosby, si sa, proseguirà la propria avventura creando il mito di Crosby Stills & Nash (1969) e Crosby Stills Nash & Young (1970-71) con Stephen Stills e Neil Young provenienti dagli “altri” Beatles americani, i Buffalo Springfield, e Graham Nash cantante inglese giunto a Los Angeles con gli Hollies e qui rimasto, amico per sempre di Crosby. Inoltre Crosby nel 1971 registra anche un disco solista, If I Could Only Remember My Name, che da sempre è stato avvolto in un alone di leggenda.

Ma non è ancora suonata la campana dell’atterraggio per i Byrds. Il disco del 1969 passerà alla storia come uno dei più significativi e dei più influenti della band: Sweetheart Of The Rodeo nasce grazie all’incontro con un altro grande talento e futuro mito della musica americana, il ventunenne Gram Parsons. Fra Hillman e Parsons scocca subito la scintilla: il primo ha radici nel bluegrass, il secondo considera la musica country patrimonio della musica americana. L’anno prima The Band con Music From Big Pink ha creato un suono che trae la linfa dalla tradizione americana. I Byrds di Sweetheart faranno di più, creando quella fusione di musica rock e musica country che non solo ispirerà Dylan nel suo Nashville Skyline dell’anno successivo ma la cui portata arriva fino ai giorni nostri. Senza Sweetheart Of The Rodeo non esisterebbe l’Ultimo Buscadero ;-)
Il brano più bello è You Ain’t Going Nowhere, ancora una volta di Bob Dylan, ma tutto il resto del repertorio è di cover di classici più un originale di Gram Parsons. La vita con McGuinn (il cui nome nel frattempo era diventato Roger, per motivi religiosi, sempre su ispirazione di George Harrison) non doveva comunque essere facile; il leader della gang sostitusce Parsons alla voce solista in ben tre brani già registrati del disco e pochi mesi dopo Parsons, che la prende male, lascia prima del termine di una tumultuosa tournée in cui brani psichedelici si alternano a standard country. Hillman seguirà Parsons nell’avventura dei The Flying Burrito Brothers, lasciando i Byrds al proprio destino. Prima di morire all’età di soli 26 anni per overdose Gram Parsons avrebbe registrato due pietre miliari del country rock: GP (1973) e Grievous Angel (1974), con la amica Emmylou Harris. Chris Hillman proseguirà la sua carriera in un robusto country d’autore.

Roger McGuinn rimasto alla fine solo decide di creare una nuova edizione dei Byrds confidando su robusti session man: Clarence White alla chitarra, John York al basso e Gene Parsons alla batteria. Senza rivali alla leadership arriverà a dichiarare che si tratta dei più robusti Byrds di sempre. Se Dr. Byrds & Mr. Hyde del 1969 è piuttosto debole (ma con una bella cover di Wheels Of Fire di Bob Dylan & The Band), Ballad Of Easy Rider non è male. Un disco soffice, senza pretese innovative, ma dolce e bucolico, con qualche bel pezzo come la canzone omonima. 
Live At The Fillmore February 1969 (edito solo nel 2000 su CD) dimostra comunque che la line up non era all’altezza del live show delle band di San Francisco come i Grateful Dead, ma (Untitled), doppio album del 1970 registrato in concerto ed in studio piace abbastanza da essere l’ultimo album dei Byrds a vendere bene nelle classifiche americane. Fra le canzoni vale la pena di salvare la bella Chestnut Mare di Roger McGuinn. 

Non sono più i tempi dei Byrds ed i successivi Byrdmaniax, Farther Along e Byrds lo dimostreranno, nonostante l’ultimo sia registrato (di malavoglia) nel 1973 con la formazione originale della band. (Un ulteriore tentativo, McGuinn, Clark & Hillman nel 1978, sarà ancora più debole - anche se per quanto mi riguarda fu il mio primo album dei Byrds). 
Dopo di che Roger intraprenderà una carriera solista non priva di fascino, grazie alla sua voce angelica ed al jingle jangle della sua Rickenbacker, anche se, musicista di estrazione folk, le sue registrazioni sono sempre state deboli nella sezione ritmica. Non a caso l’album più godibile è probabilmente Back From Rio del 1990, che gode della collaborazione del Tom Petty del periodo Traveling Wilburys. 

Una segnalazione anche per una antologia che vale la pena di ascoltare, The Byrds Plays Dylan, uscita in origine con tredici cover diventate ben venti nella edizione in CD.

Questo è quello che so sulla band che voleva essere i Beatles d’America.

giovedì 1 gennaio 2009

Top Blue's 2008 : il meglio dell'anno



Massimo Bubola > Ballate di Terra & d'Acqua
Gov't Mule > Holy Haunted House
Bob Dylan > Tell Tale Signs
Paul McCartney + Youth > The Fireman Electric Arguments
Gaslight Anthem > The '59 Sound
Ryan Adams & The Cardinals > Cardinology
David Byrne & Brian Eno > Everything that happens...
Joe Jackson > Rain
JJ Grey & MOFRO > Orange Blossoms
Southside Johnny > Grapefruit Moon
Lucinda Williams > Little Honey
Lou Reed > Berlin Live At St.Ann's Warehouse
Black Crowes > Warpaint
Drive By Truckers > Brighter Than Creation's Dark
Hold Steady > Stay Positive

Graziano Romani > Between Trains
Little Feat > Join The Band
Moe > Sticks And Stones
Jesse Malin > On Your Sleeve

fuori concorso:
Grateful Dead > Rocking The Cradle Egypt 1972