domenica 28 dicembre 2008

Paul McCartney + Youth > The Fireman Electric Arguments

Beatles o Rolling Stones? La vexata quaestio. Beatles o Rolling Stones? Me lo aveste chiesto negli anni settanta, non avrei avuto dubbi nell'indicare i cinque di Honky Tonk Women. Ma oggi, "Beatles o Rolling Stones?", lo ammetto, rispondo Beatles.  
Mi è sempre piaciuto raccontare di essere stato battezzato dai Beatles. Non solo sono cresciuto con nelle orecchie canzoni come Ob-la-di Ob-la-da ed Hey Jude, ma ho fatto in tempo ad imparare a ballare i lenti con l’ultimo 45 giri dei Fab Four, Let It Be. Ricordo anche il nome della mia partner, ma è ininfluente ai termini della recensione. Gli Stones ci apparivano ribelli e cattivi, più vicini al nostro modello, e le loro canzoni all’inizio degli anni settanta erano formidabili. Ma i Beatles avrebbero inventato, in team con zio Bob, la nostra musica.
Dei quattro, devo ammetterlo, Paul non è mai stato il mio eroe. Il mio Beatle è George, autore di basso profilo ma con canzoni che vengono fuori alla distanza, un po’ hippie, un po’ psichedelico, e con un ottimo gusto per gli amici, da Bob Dylan ad Eric Clapton. Persino di Ringo ho acquistato più dischi che del Macca, complice il bel "Ringo" del 1973 e le tournée con le varie incarnazioni della All Starr Band. Paul McCartney negli anni settanta era compromesso con il muzak dei Wings, anche se a pensarci oggi è stato l’unico che ha avuto il coraggio di rimettersi in gioco con una band vera, o quasi. Il suo unico disco a piacermi senza condizioni è stato Band On The Run del 1973, almeno fino ad oggi.
Questo Fireman rimette però molte cose in discussione, e non è poco quarant’anni dopo la fine dei Beatles. Perché il Macca di Fireman è lo stesso che ha cucito assieme la seconda facciata di Abbey Road, lo sperimentatore del gruppo, quello che smontava le testine dei registratori per rimontarne al contrario. 
In qualche modo “The Fireman: Electric Arguments” tira la riga e presenta il conto al rock su cosa McCartney ed i suoi amici hanno rappresentato per la nostra musica. Perché le sue tredici canzoni rievocano le vibrazioni di tante band di questi anni, che ai Beatles sono debitori dellecanzoni che hanno scritto. 
Non mi credete? Seguitemi.

Nothing Too Much Just Out Of Sight apre il disco con una dichiarazione di intenti, o una dichiarazione di guerra. Una Helter Skelter dei giorni nostri, potrebbe uscire da un disco di Adrian Belew, come dai King Crimson di BEAT. 

Two Magpies (due gazze) è una dolce ballata acustica completamente Beatlesiana.

Sing The Changes una gran bella canzone beat, il potenziale singolo dell’album, con quel genere di coro che ha ispirato tutte le band dei sixties.

Travelling Light è puro Prog, viaggiamo sull’emozione di Jethro Tull o Family come i Pink Floyd cosmici o il Phil Manzanera di 6pm. Tutti nomi che senza i quattro non ci sarebbero stati. Il mio brano preferito del disco.

Highway un vero rock & roll seventies.

Light From Your Lighthouse sono proprio i Beatles, potrebbe essere una outtake lasciata indietro dal Sgt. Pepper.

Sun Is Shining è un raga elettronico, ci si aspetta di sentire arrivare il sitar di George Harrison.

Dance ‘Till We’re High. Mmmm: se dico Beach Boys, i Fab Four non c’entrano... aiutatemi.

Lifelong Passion è un altro raga elettronico, e il synt che lo introduce sono i primi Kraftwerk, e la canzone che segue è l’”hurdy gurdy” di Steve Hillage, che quando suonava queste cose credeva di essersi ispirato a George Harrison...

La bucolica Is This Love è new age.

Lovers In A Dream è Brian Eno e David Byrne, o magari Porcupine Tree d’annata.

Universal Here, Everlasting Now è elettronica pura.

Chiude questa panoramica di 40 anni di musica, modernissima e classica al tempo stesso, Don’t Stop Running, una epica cavalcata di sei minuti che cela una ghost track da Tangerine Dream.

Nel 1969 Paul era all’avanguardia del rock con Abbey Road. Oggi ci ha dimostrato di esserlo ancora con The Fireman, il pompiere, in team con il suo collaboratore di lunga data Youth, alias Martin Glover, bassista dei Killing Joke. 
Esiste un extra track, Sawain Ambient Acapella, un ultimo raga elettronico distribuito su internet; si narra di altre sette tracce sulla solita confezione deluxe per onanisti.

Insomma, con Electronic Arguments il pompiere Paul ha messo assieme un’antologia del rock che ho amato in questi decenni, ed è un bellissimo ed inaspettato regalo di Natale. Quale sia lo spessore del disco solo il tempo ce lo dirà, ma a me piace assai assai. 

★ ★ ★ ★  (spettacolare)
Genere: Art Rock
Red, 2008
in breve: musica di oggi per ascoltatori nostalgici

Da avere, con:
The Beatles > Abbey Road (1969)

Discografia minima dei Beatles:
Rubber Soul (1965)
Revolver (1966)
Sgt. Pepper’s Lonely Heart Club Band (1967)
The White Album (1968)
Abbey Road (1969)
Let It Be... Naked (2003)
George Harrison > All Things Must Pass (1970)
George Harrison > The Dark Horses Years (2004)
Paul McCartney > Band On The Run (1973)
Ringo Starr > Ringo (1973)
John Lennon > ?

mercoledì 24 dicembre 2008

three-minutes records #2


Nei primi anni sessanta i singoli, o per meglio dire i 45 giri, erano il modo principale di pubblicare le canzoni. I Long Playing, o 33 giri, rimasero a lungo una semplice raccolta di 45 giri, almeno fino ai primi storici album concept, vale a dire Revolver dei Beatles, Pet Sounds dei Beach Boys, Sells Out degli Who. Ai tempi le case discografiche arrivavano a modificare la scaletta dei brani sugli album americani rispetto agli inglesi, di solito togliendo un paio di brani per poi creare un album nuovo con gli extra e gli inediti.
Lo spartiacque fra musica delle canzoni e musica degli album è rappresentato ancora una volta dalla Summer Of Love, la straordinaria stagione del 1967. Però anche allora i 45 giri non persero affatto la loro importanza, perché non erano costituiti dalla canzone più orecchiabile dell’album, ma spesso e volentieri contenevano una canzone che sull’album non c’era. 45 giri e 33 giri furono ancora per qualche anno complementari e non alternativi, ed ancora era indispensabile acquistare entrambi. Per esempio Jumpin’ Jack Flash (1968) e Honky Tonk Women (1969) dei Rolling Stones non li trovate né su Beggar’s Banquet né su Let It Bleed; Penny Lane, Strawberry Fields Forever e All You Need Is Love dei Beatles non li trovate su Sgt. Pepper (1967); Arnold Layne e See Emily Play dei Pink Floyd non li trovate su The Piper At The Gates Of Dawn; Hey Joe, Purple Haze, The Wind Cries Mary di Jimi Hendrix non li trovate su Are You Experienced (1967). 
Il problema dei singoli fuori dall’album si pone ai giorni nostri ai tempi delle ristampe: lasciandoli fuori si perde indubbiamente qualche cosa, inserendoli si rischia di modificare la forma originaria del disco. Per esempio, la ristampa di di Are You Experienced guadagna senz’altro moltissimo dall’inserimento dei singoli, che si rivelano i pezzi migliori dell’album. Chi se la sentirebbe invece di ristampare Sgt. Pepper inserendo gli altri brani dei Beatles del 1967? Solo Paul in persona potrebbe osare tanto. D’altra parte The Piper Of The Gates Of Dawn senza Arnold Layne secondo me è una rappresentazione più debole dei Pink Floyd di Syd Barrett, ma come riuscirebbe poi la EMI a vendere l’antologia Relics?
Nei primi anni settanta il 45 giri diventa un assaggio dell’album, e di solito - ma non sempre - il solo brano inedito resta il lato B. Il 45 giri conosce una nuova primavera dal 1976 con la new wave, ed è abbastanza normale visto che altro non si tratta che di neo-classicismo, cioè di un ritorno ai classici ed alle canzoni di tre minuti. Sono 45 giri i brani dei Sex Pistols e sono EP quelli con cui Nick Lowe ed Elvis Costello giocano a fare la Stax e la Motown. Di nuovo, ma solo per vezzo, le scalette dei dischi americani sono leggermente diverse da quelli inglesi, se non addirittura le copertine.
All’apice del proprio successo i Clash decidono che vogliono pubblicare soltanto 45 giri ed EP: saranno gli anni di Black Market Clash, The Magnificent Seven, This Is Radio Clash. Poi la Columbia CBS decide di ostacolare questo modo di svendere hit, e tutto il mare magnum preparato per i singoli esce in una volta sola sotto forma di una unica grande stampa, Sandinista!, sulla bellezza di tre LP in studio.

Dati per finiti, e neppure stampati più negli USA, i single riconoscono oggi inaspettatamente una nuova primavera virtuale nell’era di internet, quando in siti come iTunes le canzoni possono essere comprare “singolarmente” a 99 centesimi l’una. Il rischio è che gli album si trasformino nuovamente in contenitori di canzoni, perdendo quel senso di lavoro compiuto di tanti capolavori che abbiamo amato.

lunedì 22 dicembre 2008

American Music

Se penso alle Grandi Band Americane, i TIR dell'American Music, me ne vengono in mente cinque. Probabilmente sbaglio.
Perché la prima è The Band, e non si discute. Robbie Robertson, Richard Manuel, Garth Hudson, Rick Danko e Levon Helm: il gruppo spalla di Bob Dylan. Furono seminali nel contaminare la musica rock con le radici della musica e della storia americana, plasmando il rock americano come lo conosciamo oggi, attraverso un poker di album ricchi di classici: Music From Big Pink (1968), The Band (1969), Stage Fright (1970), Rock Of Ages (1972).
The Weight, This Wheel’s On Fire, Rag Mama Rag, The Night They Drove Old Dixie Down, Up On Cripple Creek, The Shape I’m In, Stage Fright...

La seconda è The Grateful Dead, la band americana on the road per eccellenza: Jerry Garcia, Bob Weir, Phil Lesh, Pigpen, Bill Kreutzmann, Mickey Hart, (i coniugi Godchaux, Tom Costantin...) i truck drivers del rock & roll. Un endless show su e giù per il mondo ma soprattutto da est ad ovest degli States e ritorno, ed una eredità di innumerevoli dischi dal vivo da godere.

La terza per me si chiama Little Feat, una band che ha attraversato le epoche, prima macchine da corsa vincenti con Lowell George al microfono, poi da beautiful losers, rockers interminabilmente on the road perché che altro potrebbero fare?

È sulle ultime due che potrei faticare a dare una giustificazione, ma per me sono le altre due Band di musica Americana.
La quinta band si chiama Los Lobos, David Hidalgo, Cesar Rosas, Steve Berlin, Conrad Lozano, Louie Pérez, cinque grandi musicisti travestiti da suonatori di dance halls, capaci di estrarre dalla musica della gente comune il succo della Grande Musica Americana. Capaci di spaziare per il proprio pubblico dagli standard del rock & roll al free rock di Frank Zappa, Cpt Beefheart e Tom Waits. Un’altra lunga storia che non accenna a volersi chiudere.

Ho saltato la quarta band? Si tratta di un gruppo dalla storia brevissima e di poco o nulla successo di classifica. Un gruppo che non esiste da tempo e che ha espresso la propria arte in non più di un paio di capolavori. Un gruppo dal nome bellissimo: i Blasters dei fratelli Alvin (Dalton?), cinque ragazzi di campagna giunti a Los Angeles agli albori della scena punk della città degli angeli. Un gruppo che senza sfondare le classifiche, senza passare in radio e tanto meno su MTV ha influenzato in maniere determinante tutta quella che sarebbe diventata la scena moderna alt.country.
Apparentemente un gruppo di rock’a’billy revival, cinque fuori dal tempo che invece di rileggere il passato stavano scrivendo il futuro. Perché se The Blasters (1981) è un compatto disco di rock’a’billy con molta energia ed un paio di ottimi pezzi, Non-Fiction del 1983 è già la bomba atomica. Dave Alvin, chitarrista ed autore dei pezzi, è un poeta che con tre accordi e due strofe dipinge persone e situazioni come fosse Bruce Springsteen, e Non-Fiction racconta della stessa america polverosa rurale e romantica di Darkness On The Edge Of Town.
Canzoni come Jubilee Train e Long White Cadillac non hanno niente di meno di una ballata di Woody Guthrie, rock come Red Rose e Bus Station sono classici come gli standard della nostra musica. Phil Alvin dietro al microfono da vita alle parole che racconta come se fosse Francis Ford Coppola; John Bazz e Bill Bateman picchiano asciutti e compatti come se dovessero portare il palco in orbita. Non si può ascoltare Non-Fiction senza commuoversi e senza rabbrividire. Hard Line (1985) è persino meglio. Prodotto da Little Bastard (John Mellencamp) è un grande film sullo spirito americano. Le canzoni sono perfette, dieci romanzi di tre minuti, storie di amanti, di disperati, di speranze e di sconfitte, di sangue sudore e lacrime. Phil canta come se avesse visto la luce, i ragazzi dietro picchiano per farsi sentire davvero.
Ma le orecchie del grande pubblico sono foderate, il successo di classifica non arriva e all’interno della band si scatenano le polemiche. Soprattutto fra i fratelli, con Phil che è il regista del suono della band e Dave, che da autore vorrebbe cambiare il taglio degli arrangiamenti e suonare più alla moda. La band deflagra e Dave si ritrova a suonare per l’amico John Doe nell’altra grande band di L.A., gli X, nel bellissimo See How We Are. In un attimo i Blasters non ci sono più ma nessuno ancora ci vuole credere. Phil e Dave registrano in proprio, ma come spesso accade la somma di due metà non fa un intero.

Phil prese malissimo il “tradimento” del fratello, come in qualche vecchio film western, e reagì prima registrando in proprio un album di classici della musica americana, a sottolineare come un nuovo autore, per quanto in gamba, non valga quanto un buon cantante. Ma con risultati non esaltanti. Poi cercò di andare avanti con il gruppo originale, assoldando un nuovo chitarrista, Hollywood Fats, che però non era autore e oltre tutto ebbe la cattiva sorte di morire prima della tournée del 1987. L’album dei nuovi Blasters non arrivava.
Dave non stava meglio. Anche gli X erano alle soglie della separazione, e Dave dovette organizzarsi con un proprio (più modesto) gruppo, gli Allnighters, con cui registrò Every Night About This Time per la Demon (1987). A conti fatti il suo migliore album ad oggi, con un paio di classici ancora, 4th Of July (che conobbe più di una cover) ed il lento Every Night About This Time, “ogni notte circa a quest'ora”, una classica storiaccia country. Il disco vuole essere un manifesto di come avrebbe dovuto essere la musica dei Blasters secondo Dave: più libera, più epica, meno legata a schemi classici. E come dimostrazione riprende due o tre vecchie canzoni scritte a suo tempo per la Band, che ridipinge con i nuovi arrangiamenti.
Il problema è che, effettivamente, le canzoni erano più belle nell’originale.
Gli arrangiamenti di Dave sono più scontati, rockaccio da strada, country, rock blues e un paio di stivaletti da cow boy. Negli anni a venire Phil riuscirà a registrare alla fine il suo album con i Blasters, 4-11-44 (2005) neanche brutto ma senza le canzoni di Dave.
Dave invece canzoni, anche molto belle, doveva ancora scriverne ancora tante, ma senza mai riuscire a mettere a fuoco un suono così affilato come quello della band. Mi piange il cuore quando ascoltando i suoi dischi penso a che band leggendaria avrebbe potuto diventare quella dei fratelli Alvin.

Prologo. Molti anni dopo ho creduto che altre tre band potessero inserire il loro nome nella leggenda dell’American Music, ma forse mi sbagliavo. Phish, Blues Traveler e Dave Matthews Band forse non hanno avuto le palle per restare on the road quanto i loro zii. Vedremo.


domenica 21 dicembre 2008

The Man In The Bed


L’uomo nel letto non sono io
e queste mani che tremano non sono le mie
le mie mani sono forti e solide
e questa infermiera non sa
che io non sono un vecchietto senza speranza
avrei potuto spezzarle il cuore non molto tempo fa
questa infermiera non lo sa
che l’uomo nel letto non sono io
perché io esco dalla porta e corro libero
giovane e selvaggio come sempre
l’uomo nel letto non sono io
io sono l’uomo che sono sempre stato
sono il ragazzo che seguiva i binari durante la grande depressione
così non credere a quello che dico i medici
cercano solo di essere pagati
non stanno parlando di me
non credere a quello che dicono 
perché l’uomo nel letto non sono io
perché sono uscito dalla porta e sono finalmente libero...

(Dave Alvin)

sabato 20 dicembre 2008

venerdì 19 dicembre 2008

Bruce Springsteen > three-minute records

"we learned more from a three-minute record than we ever learned in school..."


Inaspettatamente quest'anno Bruce Springsteen ci ha regalato (si fa per dire) ben cinque singoli, di cui oltretutto ben quattro nel giro di un mese. Scrivo “inaspettatamente” perché siamo ormai abituati ai lunghi tempi di silenzio che intercorrono fra un album ed un altro, silenzi durante i quali almeno una volta ci si consolava con i bootleg dei concerti e degli inediti. Di quanto in questa rinnovata attenzione per il pubblico possa aver pesato il contratto multimilionario firmato con Sony posso solo fare supposizioni...
Il primo della serie dei dischetti è stato uno strano EP, con un estratto di quattro canzoni dal Magic Tour, dedicato alla memoria di Danny Federici. Del Magic Tour sappiamo ovviamente tutto: partito con tanta buona volontà si è trasformato nel tempo nel trionfo di concerti perfetti come quello di San Siro o di Milwaukee. Bisogna notare che tutta questa perfezione però da Magic Tour Highlights non traspare. La prima canzone è una cover di Always A Friend, una canzone ispirata agli hit del soul dei primi anni sessanta a firma di Alejandro Escovedo, che nel pezzo canta in duo con il Boss. Segue una versione al alta gradazione rock di The Ghost Of Toam Joad, ancora una delle ballate più toccanti di Bruce, rinforzata da un potente assolo di chitarra. Poi "sale sul palco" Roger McGuinn per una cover piuttosto molle di Turn Turn Turn dei Byrds. Evidentemente non è facile suonare covers dei Byrds, un compito che mi pare riuscito solo a Tom Petty ed a Patti Smith; lo stesso Bruce ci aveva già provato in passato con Chimes Of Freedom. Chiude 4th of July, Asbury Park (Sandy) canzone a cui già era capitato di trovarsi, con più energia, su un singolo di Bruce. Però questa versione è speciale perché è stata registrata il 20 marzo 2008 a Indianapolis, l’ultima serata di Danny Federici (alla fisarmonica) con la E Street Band, e tanto ci basta.
La sequenza dei singoli successivi è aperta dalla cover di Dream Baby Dream dei Suicide registrata dal vivo come bis nello show del Devil & Dust Tour, ed è davvero bella, solo voce ed harmonium. Segue il video di un bizzarro blues registrato per Halloween, A Night With The Jersey Devil, più simpatico che bello, e quelli di due nuovi brani per il prossimo album, pubblicati anche come singoli, almeno su internet: Working On A Dream, con un arrangiamento leggero alla Beach Boys ma alla fine non brutto, e My Lucky Day, non troppo convincente. Ultimo The Wrestler, dai titoli di coda della soundtrack del film con l’amico (motociclista) Mickey Rourke, una ballata acustica che sa di già sentito ma non per questo non bella.
Insomma, prendiamo tutto. Il confronto con il passato è impietoso (proviamo a mettere sul piatto Point Blank?) ma anche questo Bruce Springsteen che rende omaggio al proprio passato di rocker dei dance club della east coast, quasi un Southside Johnny & The Jukes, è alla fine un personaggio molto umano.

giovedì 11 dicembre 2008

David Byrne & Brian Eno > Everything That Happens Will Happen Today


Chi ci salverà dai classici? Chi ci salverà dall’infinito ricapitolare del folk, del blues, della musica delle radici?
Che fine ha fatto la musica inglese? Che fine ha fatto la new wave?
Questo disco potrebbe se non altro darci una mano ad evocare quella musica diversa. Autori Brian Eno e David Byrne: Eno musicista eclettico ed elegante, padrino e mentore dell’ Art Rock, del rock minimalista, della musica per ambienti, dei paesaggi sonori, della generative music; produttore di prezioso pop di successo, fra cui proprio quelli dei Talking Heads, la leggendaria band di David Byrne, campione della new wave del CBGB’s a NYC alla fine degli anni settanta. Autori in società di quel My Life In The Bush Of Ghost del 1981, seminale per una certa musica d’ambiente elettronica dance che ci ha perseguitati a lungo nelle sue declinazioni più banali.
Nel 2006 i due si incontrano nuovamente proprio in occasione della messa a punto del remaster di quell’album, ed in quella occasione Eno passa a Byrne un CD di musiche strumentali da cui ritiene possano ricavarsi delle canzoni.
Avete indovinato: Byrne va a casa, ascolta il disco e comincia a ricamare l’uno dopo l’altro i brani di questo Everything That Happens...
Un disco tanto bello quanto diverso dalla precedente collaborazione. Everything è fondamentalmente un disco di canzoni; canzoni oblique, se volete, nella migliore tradizione di Brian Eno, quella inaugurata dal capolavoro del 1974 Taking Tiger Mountain (By Strategy). Canzoni diverse, strane, eppure evocative di melodie e cori già ascoltati nel passato e stratificati nella memoria. Un disco pastorale persino, in conseguenza della lentezza dei suoi tempi e della larghezza del suo orizzonte; basato apparentemente su cori che si ripetono in loop, fino a che realizzi che cori non ce ne sono ma si tratta solo della profonda voce di Byrne, mai così in forma dai tempi dei Talking Heads.
Musica soul arriva a definirla Eno: canzoni costruite su uno schema caro al musicista (o al non-musicista, come ha il vezzo di auto-definirsi), cioè un sovrapporsi di strati, di loop sonori reiterati all’infinito che fanno da base agli emozionanti strati vocali di Byrne.
Il disco tiene volutamente un basso profilo, evitando di strizzare l’occhio all’ascoltatore casuale. E quasi quasi dispiace, specie nei momento in cui l’evocazione dei capolavori dei Talking Heads è forte, e sarebbe bastata una chitarra ritmica in più, o percussioni più serrate per generare il degno successore di More Songs About Buildings and Food o Remain In Light.
Ma Everything That Happens è questo e di più; è il riassunto della lirica dei due, e più che un disco dance è un Simon & Garfunkel della civiltà degli anni zero. È anche un disco dalle forti suggestioni visive, quasi un quadro che canta, come quella casa (quasi) di Lego della copertina che in qualche modo equivale in termini contemporanei al famoso American Gothic di Grant Wood del secolo passato.
Alcune canzoni sono bellissime (Home, Strage Overtones, Poor Boy), altre sono capolavori (One Fine Day, The River, Wanted For Life), ognuno troverà le sue perché tutto il disco è estremamente omogeneo e denso: non ve ne stancherete presto.
Arte nel Rock. Questo è Everything That Happens... Lasciatelo suonare senza interruzione sulle pareti di casa vostra.

☆☆☆☆ (ottimo)
Genere: Art Rock
Todo Mundo, 2008
in breve: I sing the body electric

da ascoltare con:
Brian Eno > Taking Tiger Mountain (By Strategy) (1974)
David Bowie > Low (1977)
Talking Heads > More Songs About Buildings And Food (1978)
Talking Heads > Remain In Light (1980)
King Crimson > Beat (1982)
Brian Eno > Another Day On Earth (1995)

sabato 6 dicembre 2008

Ryan Adams & The Cardinals > Cardinology


Ho resistito a lungo al fascino discreto di Ryan Adams, nonostante avessi già molto apprezzato nel 1997 Stranger’s Almanac dei Whiskeytown (la banda in cui Ryan militava).
Ho ignorato per anni la sua copiosa produzione che ne ha fatto un artista di culto fra i fan del rock born in the USA, fino a che Mauro Zambellini mi ha consigliato il suo Gold del 2001 (ed altri amici diverse altre canzoni sparse che ho provveduto a scaricare da iTunes).
Ryan Adams è un rocker di quarta generazione, un “arrivato dopo” ma non “too late”. Un cantante e cantautore che si ispira al medesimo rock classico che amiamo noi.
Ryan Adams è un juke-box che mischia sapientemente nei suoi dischi canzoni di Neil Young, di CS&N, di Van Morrison, degli Stones, persino di Prince, come su una di quella cassette che una volta ci registravamo da ascoltare in auto. Solo che le canzoni in questione le ha scritte tutte lui di suo pugno.
Non a caso l’abile piccolo disc jokey che vive nel mio iPod mi restituisce con regolarità e senza preavviso bellissime canzoni americane, e mi è capitato dozzine di volte di doverne leggere il titolo sul display perché proprio non me lo ricordavo. E tutte le volte mi è capitato di stupirmi perché le canzoni non erano di Neil Young, di Steven Stills o di Jagger / Richards come avevo creduto di capire, ma invece del piccolo grande Ryan Adams.
È in questo modo che ho imparato ad amare lui, la sua voce delicata e rassegnata, e le sue bellissime ballate.

Così quando oggi mi sono trovato davanti la copertina di Cardinology di Ryan Adams & The Cardinals, ho provato un’emozione come se invece del suo nome avessi letto Roger McGuinn & The Byrds (complice forse un logo di copertina che in qualche modo mi ha evocato di McGuinn tanto Thunderbyrd quanto quello con la rosa - non c’era un disco con l’immagine di una rosa? Forse mi confondo con il Macca...)
Anche l’ascolto è ricco di soddisfazioni: ballate evocative e caldi rock & roll, un suono elettroacustico figlio dei primi anni settanta, una sezione ritmica sempre vivace, una tensione che sviluppa un groove nelle esecuzioni che crescono come in un live show... mentre si evocano lontani echi di Byrds, Stills, Crosby, Young, Clark ma anche New York Dolls (gli Stones born in USA) o Green On Red, il timone resta ben saldo nelle mani e nella personalità del rocker di Jacksonville.

Che sia proprio Adams il rocker definitivo degli anni zero? Di sicuro Cardinology è il suo disco che preferisco...

☆☆☆☆ (ottimo)
Genere: Americana
Lost Highway, 2008
in breve: un disco da far girare senza sosta sullo stereo

da ascoltare con:
Byrds > Younger Than Yesterday (1967)
Neil Young > After The Gold Rush (1970)
Rolling Stones > Exile On Main Street (1972)
Gene Clark > No Other (1974)
Tom Petty & Heartbreakers > Damn The Torpedoes (1979)
Green On Red > The Killer Inside Me (1987)

venerdì 5 dicembre 2008

Generazioni


La prima generazione di rocker (1954 -1964) è quella che ha portato la musica nera al pubblico dei bianchi. Gli Elvis Presley, Chuck Berry, Jerry Lee Lewis, Little Richard, ma anche Roy Orbison, Del Shannon, Phil Spector, i Beach Boys...

La seconda generazione (1965 - 1975) copre il periodo Classico della nostra musica, da Bob Dylan a Bruce Springsteen passando per Beatles e Rolling Stones, Jim Morrison ed Eric Burdon ma anche Lou Reed e Ian Hunter...

La terza generazione è quella dei rocker esorditi in epoca di new wave, per cui tanto Willy DeVille come Tom Petty, Willie Nile come John Mellencamp, Chris Isaak come John Hiatt, i Clash come il Paisley Underground.

La quarta generazione è quella dei rocker "venuti dopo", quelli fuori dal tempo che si ispirano al rock dei giorni classici. Sono Black Crowes, Ryan Adams, Jesse Malin come Wallflowers, Dandy Warhols o Anton Newcombe...

giovedì 4 dicembre 2008

My Lucky Day


C'è un nuovo negozio Amazon dedicato a Bruce Springsteen. E stanno trasmettendo il video di My Lucky Day, dal prossimo album Working On A Dream. L'atmosfera sembra la stessa Pop moderna di Magic, con la differenze che il disco è suonato all'unisono dalla E Street Band e non più per corrispondenza. Cresce l'impazienza di mettere le mani sul nuovo disco...

martedì 2 dicembre 2008

Grateful Dead > Rocking The Cradle Egypt 1978


Devo confessarlo: molto a lungo ho pensato ai Grateful Dead come alla band di Live Dead, doppio dal vivo che fotografa gli alfieri della psichedelia del movimento Hippie di San Francisco in concerto nel 1969. A Los Angeles all’inizio degli anni novanta mi sorprese trovare uno show della band, che, nella mia ignoranza, non sapevo nemmeno essere ancora assieme. E così da quel giorno dovevo scoprire i Dead come la definitiva Rock Band Americana, che aveva inciso non più di un pugno di dischi ma aveva girato il mondo in tourneé in lungo ed in largo senza (quasi) mai doversi fermare.
A mia discolpa devo dire che nel nostro paese la stampa specializzata ha sempre parlato poco o niente dei Grateful Dead e che le recensioni che ho letto, sui dischi degli anni settanta, sono sempre state tiepide e molto lontane dal comprendere le dimensioni del fenomeno della band.
Fortunatamente Jerry Garcia aveva l’abitudine di registrare ogni show del gruppo, e così anch’io, in colpevole ritardo e dalla periferia dell’Impero, ho potuto testimoniare di dozzine di show, più o meno incredibili, del gruppo.
Tanto che a furia di ascoltare dischi live, la voglia di aggiungere show nuovi a quelli che già conosco si è affievolita, perché ovviamente molto spesso si tratta di concerti di elevato livello ma anche non troppo diversi gli uni dagli altri. È difficile dire quale show valga ancora la pena di ascoltare.
Così quando mi si è parato davanti, inaspettato, il doppio CD con la registrazione dei concerti egiziani del 1978, i sentimenti sono stati diversi. Il racconto dei concerti egiziani sotto la Grande Piramide di Cheope e la Sfinge fa parte dalla leggenda della band, ed anche la copertina è piuttosto accattivante (ancora di più una volta aperta, con la piramide e la sfinge che si alzano in tre dimensioni).
Ma la scaletta riportata sul retro della confezione non sembrava celare sorprese di sorta; più o meno lo stesso repertorio già ripetuto su tanti dischi. Quello che mi ha convinto all’acquisto sono stati il prezzo decisamente abbordabile e la presenza di un DVD dell’evento. Chissà, forse mi figuravo di trovare Jerry Garcia e amici in versione Predatori dell’Arca Perduta. Invece, com’è naturale che sia, il film è tipicamente una ripresa come si faceva negli anni settanta, e per la maggior parte del tempo la band potrebbe tranquillamente trovarsi in un teatro di New York come di Los Angeles; solo di rado qualche inquadratura della sfinge e della piramide sfugge agli operatori...


Ma quello che da subito mi ha colpito del film è stata l’enorme bellezza delle esecuzioni; che mi ha colpito doppiamente perché si era sempre sentito dire che dagli show non era stato a suo tempo ricavato un disco per la scarsa qualità delle esecuzioni o delle registrazioni, non so. E poi l’album immediatamente successivo nel tempo era stato Shakedown Street, forse il peggior momento della band.
Invece le canzoni di Rockin’ The Cradle sono bellissime. Non solo bellissime come già le conosciamo (perché bene o male sono tutti standard della band) ma perché eseguite con una rilassatezza ed una poesia rare persino in tanto gruppo. I Grateful Dead realizzano un’architettura soffice, lieve, che mi suggerisce la leggerezza di un aliante; con una rilassatezza che fa in modo che i brani si allunghino a dismisura e si compenetrino l’uno nell’altro senza mai una traccia di noia. Canto, assoli, chitarre sono da brivido. Deal, Fire On The Mountain, Shakedown Street, Truckin’, Stella Blue vorresti che non finissero mai ed in effetti sembrano non finire mai, canzoni di una bellezza ipnotica sospesi nella magica bellezza di una notte senza luna fuori dal tempo. E quando si arriva al bis di Around And Around del grand Chuck Berry non puoi fare a meno di ripartire dall’inizio.
Le canzoni del DVD e quelle del CD purtroppo non corrispondono in pieno: per esempio Bertha e Good Lovin sui Cd non ci sono. Ho sentito parlare di un CD extra ma nella mia confezione non ce n’è traccia.

Non ho l’autorità in materia per decretare quali siano i più bei dischi dal vivo dei Grateful Dead ma di certo Rockin’ The Cradle è fra quelli. Anzi, questa sera è il mio disco preferito in assoluto della band.

★ ★ ★ ★ ★ (capolavoro)
Genere: Americana
Rhino Records, 2008

Da avere, con:
Grateful Dead > Live Dead (1969)
Grateful Dead > Steppin’ Out Of England (1971)
Grateful Dead > Go To Nassau (1980)
Grateful Dead > Nightfall Of Diamonds (1989)
Jerry Garcia > After Midnight (1980)

e già che ci siamo, non trascuriamo:
Quicksilver > Happy Trails (1969)