giovedì 30 ottobre 2008

Berlin, guida all'ascolto


Berlin

Buon compleanno Carolina
Buon Compleanno a te...

A Berlino, vicino al muro
eri alta un metro e settantacinque
era molto bello
lume di candela e Dubonnet con ghiaccio
eravamo in un piccolo caffè
si sentivano suonare le chitarre
ero molto bello
tesoro, era il paradiso

Lady Day

Quando passeggiava sulla strada
era come una bambina che si guarda i piedi
ma quando passava davanti al bar
e sentiva la musica suonare
doveva entrare e cantare
doveva farlo per forza...

...e io dicevo, no, no, Lady Day

Men Of Good Fortune

Gli uomini di buona famiglia
spesso fanno fallire gli imperi
mentre gli uomini di poveri natali
spesso non possono combinare nulla del tutto

il figlio ricco aspetta la morte del padre
il povero può solo bere e piangere
e a me, a me non interessa niente

Caroline Says pt 1

Carolina dice che io sono solo un giocattolo
lei vuole un uomo, non un ragazzo
Caroline dice che io non sono un uomo
così andrà a cercarlo dove capita
che non può continuare ad essere solo mia
mi tratta come uno stupido
ma per me è sempre la mia Regina Tedesca...

le cose che fa, le cose che dice
la gente non dovrebbe trattare gli altri in questo modo
ma all’inizio pensavo che avrei potuto sopportare tutto

How Do You Think It Feels

Come pensi che ci si senta
quando sei fatto e solo
come pensi che ci si senta
quando puoi dire solo “se solo”
se solo avessi qualcosa
se solo avessi qualche spicciolo

Oh Jim

Oh Jim come hai potuto trattarmi così
tu sai che mi hai spezzato il cuore
da quando te ne sei andato
dicevi che ci amavi
ma hai fatto l’amore con uno solo di noi

Caroline Says pt 2

Caroline dice
mentre si alza dal pavimento
perché mi picchi?
non è divertente
puoi picchiarmi quanto vuoi
ma non ti amo più
Caroline dice
mentre si morde il labbro
la vita dovrebbe essere di più di questo
e questo è un brutto viaggio

ma lei non ha paura di morire
tutti i suoi amici la chiamano Alaska
quando si fa
ridono e le chiedono
cos’è che hai in testa?

Fa così freddo in Alaska...

The Kids

Le stanno portando via i suoi bambini
perché dicono che non era una buona madre
le stanno portando via i suoi bambini
perché lo faceva con sorelle e fratelli
il sergente nero dell’Air Force non è stato il primo
e tutte le droghe che si faceva
le prendeva tutte, proprio tutte

The Bed

Questo è il posto dove lei appoggiava la testa
quando andava a letto di notte
e questo è il posto
dove i nostri figli sono stati concepiti
le candele illuminavano la stanza di notte
e questo è il posto
dove lei si è tagliata i polsi
quella strana notte fatale
questo è il posto dove vivevamo
l’ho pagato con l’amore e con il sangue

non avrei mai cominciato se avessi saputo
che sarebbe finita così
ma, cosa strana, non sono per niente triste
che sia finita così

Sad Song

Guardo il mio album di foto
sembra Maria Regina di Scozia
mi era sembrata così regale
tanto per dire quanto ci si possa sbagliare
il mio castello, i bimbi a casa
ci ho provato davvero

canzone triste, canzone triste

mercoledì 29 ottobre 2008

Lou Reed > Berlin Live At St.Ann's Warehouse


Gennaio 1972. Lou Reed a Parigi, sul palco del Club Bataclan assieme ai compagni di Velvet Underground & Nico, cioè la cantante Nico (appunto) e l'inglese John Cale. Lou Reed è alla vigilia dei suoi giorni più belli: in quello stesso anno registrerà il disco "glam" con David Bowie e Mick Ronson (Transformer) che gli regalerà un successo di pubblico che non perderà mai più. Nel 1974 sarà in tournée con Rock n Roll Animal, e nello stesso decennio registrerà altri dischi perfetti come Berlin, Coney Island Baby e Street Hassle, e avrà la soddisfazione di vedere riconosciuto da pubblico e critica il ruolo seminale della sua vecchia band, i Velvet Underground.

Nel video canta la prima versione, molto bella, della canzone Berlin (come finirà sul suo primo disco), con Nico che lo osserva dal palco. Nel 1973 quella canzone costituirà l'ispirazione di una intera "storia" in rock, sull'amore malato e maledetto di due junkies, Jim e Carolyne. Un'opera non banale ma anche molto godibile che nonostante la perplessità della casa discografica è diventata uno dei lavori preferiti dai fans del poeta newyorkese.

Nel 2006, dopo più di trent'anni, Berlin è tornato per trasformarsi in una tournée che, preso l'avvio alla St.Ann's Warehouse a NYC (dove è stato registrato disco e film dell'evento. Perché non a Berlino?) ha poi girato il mondo, compreso il nostro paese.

Berlin è sempre stato uno dei miei dischi preferiti e riviverlo dal vivo non può farmi altro che piacere. Gli arrangiamenti dello show sono aderenti a quelli originali, ed il risultato è molto simile a quello che ci si può immaginare: una musica che si giova della maggiore profondità dell'evento live, un po' più muscolosa nella prima parte grazie alla mai abbastanza apprezzata chitarra di Steve Hunter, un po' meno agghiacciante nella seconda, dove inevitabilmente le canzoni "dolorose" di The Kids, The Bed e Sad Song perdono un po' di quella stranita immobilità del disco originale. La voce in questi trent'anni è diventata più profonda, più recitata, meno cantata ed espressiva.

Berlin Live è una bella esperienza ed una bella riscoperta, forse per più di una generazione costituisce addirittura una nuova scoperta (Berlin non ha mai goduto di un remaster all'altezza) anche se la mancanza dei testi stampati di queste canzoni nel cofanetto è un difetto non da poco. In quanti li andranno a cercare in rete?

L'operazione ricalca in qualche modo quella dei Cowboy Junkies (che dei Velvet sicuramente sono figliastri) con la Trinity Session reinventata dal vivo in Trinity Revisited.

Al termine di Berlin resta lo spazio per un epilogo, con Candy Says, un trascurabile episodio dei Velvet cantato da Antony (un marziano che a Lou piace così tanto e a me così poco) e Rock Minuet, un' insopportabile canzone di Ecstasy che nei fatti sembra ricordarci di quanto minori siano gli ultimi sforzi del musicista. Da ultima una versione (forse troppo) rilassata di Sweet Jane che in cinque minuti rischia di essere il pezzo migliore del concerto.

Adesso però Berlin è ora di riascoltarlo in originale.


☆☆☆☆ (sempre un piacere)

Genere: Art Rock

Matador, 2008

in breve: un pezzo di storia del rock, un album letterario


da ascoltare con:

Lou Reed > Berlin (RCA 1973)


leggi anche la recensione di Mauro Zambellini

martedì 28 ottobre 2008

Joe Jackson > Rain


Joe Jackson è l’ex enfant prodige della new wave britannica della fine degli anni settanta. Il successo gli è arriso all’istante fin dal primo album, il sorprendente Look Sharp! del 1979 dove usando il suono essenziale di canzoni che non avevano bisogno di alcun make up , si mischiava con abilità il rock intellettuale di Elvis Costello, la fragranza pub rock di Graham Parker e l’energia punk dei Clash.

E sopra tutto ottime canzoni, come One More Time, Is She Really Going Out with Him?, Fools In Love e Sunday Papers.

Ancora oggi Look Sharp! è un album da avere. I’m The Man bissò la formula, mentre Beat Crazy nel 1980 ampliò il menu. Il successivo Jumpin’ Jive dimostrò come il talento di JJ fosse eclettico, irrequieto e poco propenso alle staccionate della musica di genere: è infatti un album di standard del jazz vocale degli anni trenta / quaranta, da Cab Calloway, a Glenn Miller e Louis Jordan...

Un incursione, quella nel jazz, che era destinata ad essere metabolizzata e sviluppata in quello che è considerato il suo capolavoro, l’universalmente noto Night & Day del 1982, che avrebbe dato il “la” a tutto il recupero pop e commerciale delle soffuse atmosfere del jazz orecchiabile per i vent’anni successivi, da Sade alle contaminazioni disco.

A dispetto dei suoi figli, Night & Day è un signor album, che dipinge Joe Jackson come un sofisticato musicista capace di rendere orecchiabili e fruibili complessi incastri ritmici e melodici basati soprattutto sul pianoforte e sulla voce.

Ormai incoronato come il Cole Porter degli anni ottanta, l’album successivo registrato in presa diretta in un teatro, è ricco di jazz, pop e ritmi salsa; l’ottimo Body And Soul, che contiene almeno due hit di sostanza, You Can't Get What You Want (Till You Know What You Want) e Be My Number Two.

Con quei dischi Joe, inglese in America, canta la sinfonia di NYC.

Ma il troppo stroppia. L’album successivo, Big World, è molto ambizioso: tre facciate (di LP) registrate dal vivo senza pubblico, con una formazione straordinaria e qualche ottima canzone (We Can't Live Together eHome Town), ma anche un po’ di noia e un po' di freddezza. Negli anni successivi Joe perde il contatto con la musica rock e con il suo pubblico, arrivando a proporre addirittura pezzi classici (per la Sony Classics) che non ho mai ascoltato ma che non hanno riscosso troppa simpatia.

Dopo diversi tentativi, il ritorno vero è un album registrato dal vivo sempre a NYC, Summer in the City: Live in New York del 2000, che contiene magistrali esecuzioni di brani del vecchio repertorio spesso in medley con classici del rock, come Fools in Love/For Your Love o Eleanor Rigby / Be My Number Two.

Nello stesso anno Night And Day II,che nasce sempre dall’amore per New York, prova a dare un improbabile quanto poco ispirato seguito al capolavoro degli anni ottanta, ed anche gli album successivi sono dedicati alla riscoperta delle proprie radici, con la Joe Jackson Band originale, sia in studio (Volume 4) che dal vivo (Afterlife).

All'inizio del 2008, Rain segna il vero ritorno di fiamma del talento di songwriter di Joe. Registrato in Germania, a Berlino, nel modo più essenziale e minimalista (basso, batteria e piano) l’album brilla soprattutto per la bellezza delle canzoni, dal pop di Invisible Man, al ritmo jazzato di The Uptown Train, al piano solo di Solo (che porta alla mente niente meno che l’energico tessuto di emozioni di Peter Hammill) a Good Bad Boy, vero ritorno del rocker di Look Sharp!

L’essenzialità delle registrazioni conferisce una volta di più un tocco intellettuale ed artistico al lavoro di Joe Jackson, anche se non mi sarebbero dispiaciuti arrangiamenti più strutturati e corposi, come fiati e chitarre che in diversi pezzi avrebbero fatto la loro figura: King Pleasure Time per esempio sembra fatto apposta per un arrangiamento più ricco, e Good Bad Boy poteva essere suonato con una pioggia di chitarre alla Clash. E avrebbero donato all’album un successo di classifica sul modello dei vecchi tempi.

Un ottimo album, godibilissimo comunque.


☆☆☆☆ (ottimo)

Genere: songwriter, brit beat, new wave

Rykodisc, 2008

in breve: essenziale, minimalista, d'atmosfera, con ottime canzoni

sabato 25 ottobre 2008

Bob Dylan > Tell Tale Sings


The Bootleg Series vol. 8 : rare and Unreleased 1989 - 2006

Quest'uomo è in tour da 20 anni: non a caso lo ha chiamato il Never Ending Tour. Vestito da cowboy, con la sua banda di fuorilegge, porta in giro il proprio songbook per città e provincie, cantando da un angolo del palco, spesso senza voce, canzoni reinventate e rearrangiate, spesso irriconoscibili ad un pubblico che credeva di portare la famiglia ad un karaoke di vecchi successi e si trova a invece confrontarsi con una musica da capire, proprio come accadeva quarant'anni fa al Newport Folk Festival (quando zio Bob si presentò con la formazione elettrica della Paul Butterfly Blues Band).
Questo è anche il ragazzo che, assieme e di concerto ai quattro di Liverpool, ha definito il Rock così come lo conosciamo oggi, trasformandolo da canzonette per una nuova generazione ad una forma adulta di Arte. Questo è il ragazzo i cui nove album degli anni sessanta (comprendo i Basement Tapes e lascio fuori il disco d'esordio) hanno costituito il songbook della nostra musica.
Il Never Ending Tour, nato per caso e senza progetto particolare, va avanti dallo stesso lasso di tempo coperto da questa raccolta di inediti e di brani orfani di disco, che senza essere (necessariamente) dal vivo ne rappresentano molto bene l'esperienza. Ed è un'ottima cosa perché lo stesso periodo non è stato rappresentato in modo adeguato dalla discografia ufficiale, con qualche splendida eccezione come Oh Mercy del 1989 e Modern Times del 2006. In questi anni quello che ha nutrito la nostra voglia di Dylan, oltre ai concerti, sono stati proprio i molti volumi della Bootleg Series che hanno tirato fuori dalle nebbie della leggenda momenti topici della sua storia.
In questi venti anni Bob ha mischiato a braccio ed a fantasia canzoni ed arrangiamenti, gli uni agli altri senza rispetti e pudori, e questa alchimia è svelata con particolare evidenza in Tell Tale Signs, perché delle due dozzine di canzoni molte erano già comparse nei suoi dischi, e lo stesso si può dire per gli arrangiamenti, solo in una miscela differente.
Perché diciamo a questo punto della recensione quello che gli ascoltatori hanno già scoperto: Tell Tale Signs è bellissimo, uno dei punti alti della discografia di Dylan degli ultimi vent'anni e avrebbe potuto benissimo vivere come disco autonomo indipendente dal marchio di bootleg. È bello ma anche significativo perché mette a fuoco con molta lucidità il suono che Dylan ha cercato di distillare con il Never Ending Tour, quel mix di poesia, rithm & blues, folk, musica soul e cowboy alla Clint Eastwood di cui i suoi fuorilegge vanno alla ricerca.
Anche la scaletta è quella di un disco autonomo: si apre con la voce roca che canta acustica su una semplice chitarra (Mississippi), un'armonica (Most Of The Time), un pianoforte (Dignity). Alla fine arriva la band ad accompagnarlo, con una serie di canzoni dalla tensione crescente, da Someday Baby ad una Series Of Dream in bianco e nero da Roy Orbison, ad una straordinaria Tell Ol' Bill. L'esperienza dell'ascolto è resa ancora più eccezionale dal fatto che versi, canzoni, arie arrivano dal nostro vissuto come in una esperienza onirica, di canzoni che conosciamo e non conosciamo, arrangiamenti già sentiti e pure nuovi. Ognuno troverà nella scaletta i propri brani preferiti, ma il livello è omogeneo e molto alto. Io adoro il primo disco e mi spiace solo che non si chiuda con la ripresa elettrica di Mississippi, perché così sarebbe stato completo ed auto-contenuto. La Mississippi #2 apre invece il secondo disco, che prosegue poi su una linea un poco differente dal primo, più folk e più old time music, e che come tale costituisce un'esperienza diversa.
Mi dicono che la Columbia abbia creato un pastrocchio nel distribuire questo ottavo volume della bootleg series, proponendolo in versione singola, doppia (quella che sto recensendo) ed infine in edizione deluxe con un terzo CD, quest'ultimo ad un prezzo vergognosamente sopra i cento dollari. Il mio personale Tell Tale Signs, quello che ho versato nel iPod, comprende le prime dodici canzoni e la Mississippi elettrica, ed è al pari dei citati Oh Mercy e Modern Times.
Lo so, è solo nostalgia, but I like it!


☆☆☆☆ (mitico)
Genere: Songwriter
Columbia, 2008
in breve: il distillato della musica che amiamo

venerdì 24 ottobre 2008

Ritorno al futuro


Un post di Paolo Vites sul suo Gamblin-Ramblin, ispirato dal mio post Happening 30 Years Ago, mi ha aperto il libro dei ricordi e mi ha a sua volta ispirato questo post nostalgico. 
1978: avevo vent'anni, che a dispetto di quanto ne pensino i diretti interessati, è una gran bella età. 
Penso di aver cominciato a scrivere quell'anno sul Mucchio, firmando il primo articolo con il mio nome anagrafico, e dal secondo inventando l'alter ego Blue Bottazzi, ispirato dalla copertina del disco Blue Valentine del grande Tom Waits, che avevo scoperto da poco con il suo Foreign Affairs. 
Vivevo a Parma come universitario e nonostante le ovvie ristrettezze economiche ero un assiduo frequentatore di Mistral Set, un negozio di dischi d'importazione molto noto in città. Per sovrammercato uno dei miei migliori amici era un grossista di dischi, e spesso si presentava con sotto braccio un paio di album da farmi conoscere. Fu lui a farmi ascoltare Darkness On The Edge Of Town, di cui era entusiasta, come era stato lui a farmi scoprire fra gli altri The Band, Allman Brothers Band, Little Feat, Beach Boys, Bob Seger, Ry Cooder, Robert Wyatt, oltre ad innumerevoli dischi di minor fortuna come Metro o Ultravox!
Ricordo una assolata giornata d'estate, io scendevo da una Golf primo modello color bronzo, lui da una 127 blu (in futuro con i dischi avrebbe collezionato Mercedes ma anche ascoltato sempre meno musica...). Io avevo in mano questo Street Legal di Bob Dylan che mi sembrava bellissimo, con questa novità di zio Bob che suonava R&B con tanto di fiati e di cori, lui Darkness di Springsteen con il sax di Big Man Clarence Clemmons. Alla fine aveva ragione lui, un disco perfetto nella sua essenzialità. Fino a quel momento avevo ascoltato The Wild The Innocent and The E Street Shuffle e Born To Run (nel 1975 era impossibile non ascoltarlo), ma non erano nulla in confronto al rock polveroso di Darkness. Quel giorno sarei diventato un fan di Bruce, ed il richiamo definitivo me lo avrebbe impresso il bootleg triplo registrato al Winterland

Ma la cosa eccitante di quel 1978 era rappresentato dalla new wave, un intero mondo di musica energica e fresca che veniva fuori a getto continuo come se si fossero nuovamente rotte le dighe degli anni sessanta. Avevo scoperto allora Heat Treatment di Graham Parker e c'era un sacco di energia rock in quel disco, e lo stesso vale per l'esordio omonimo di Tom Petty ed i suoi Heartbreakers. Ogni visita da Mistral Set era la scoperta di un nome nuovo: per esempio Ian Dury (grandissimo rocker! un riuscito mix di Sex Pistols, Temptations e Frank Zappa), di cui avevo anche messo in italiano Sex & Drugs & Rock & Roll per un concorso... Mink DeVille e il loro "autore" Moon Martin, Jonathan Richman (Roadrunner e Ice Cream Man), Elvis Costello in rock, modello di quell'anno, un successivamente perduto Larry Martin e un grande ed evocativo rocker californiano, Greg Kihn. Anche se al momento la più dirompente new entry dell'anno fu l'album omonimo dei Dire Straits: sembrava che Clapton fosse nato di nuovo. Tutti erano pazzi per quel disco, peccato che non l'avrebbero mai replicato. 
Dal punto di vista del successo di pubblico l'unico altro disco dell'anno new wave a godere della popolarità dei Dire Straits fu Outlandos d'Amour, esordio dei Police, gruppo in odore di punk che scopriva i ritmi reggae con Roxanne, So Lonely e Can't Stand Losing You. Avrebbero ispirato i Clash.
Nel 1978 erano new wave persino Lou Reed con Street Hassle e David Bowie con Heroes.
Sul versante ROCK Patti Smith, di cui era impossibile non amare Easter - ricordo di aver pensato: ecco, è così che dovrebbero suonare gli Stones - che però quell'anno pure erano in discreta forma con Some Girls, il canto del cigno, ed il duetto reggae di Don't Look Back con Peter Tosh. Warren Zevon, biondo excitable boy; Bob Seger, il cui Stranger In Town sembrava uno Springsteen un po' più operaio; Dirk Hamilton, il cui Meet Me At The Crux faceva il paio con Wavelenght del risorto Van Morrison; Steve Forbert con le ballate acustiche di Alive On Arrival.

La mia ragazza era Joan Armatrading, allora all'apice della propria creatività.
Ed il blues potente di George Thorogood e i suoi Destroyers dal Delaware, ed il soul irresistibile dei Blues Brothers di Joliett e Jake, che almeno fino al 1980 sarebbero stati il mio gruppo preferito assieme alla E Street Band. E a proposito di E Streeters, il 1978 fu anche l'anno di Hearts Of Stone dei Jukes, praticamente una succursale di Darkness Of The Edge Of Town.

Fu uno dei più grandi anni del rock & roll. Ed io avevo tutta una vita vergine davanti...

giovedì 23 ottobre 2008

Sweet Jane


Se dovessi rispondere alla domanda "qual è il mio definitivo album rock", beh, dai miei 35 anni di fruitore di rock & roll risponderei John Barleycorn Must Die dei Traffic per il rock britannico e Rock n Roll Animal di Lou Reed per quello americano.
Nel 1974 il poeta del rock di NYC era al suo apice: alle spalle gli album dei Velvet Underground, seminali al pari dei lavori di Beatles e Bob Dylan, e nel presente Transformer e Berlin. In futuro avrebbe generato ancora non più di tre o quattro capolavori (scusate se è poco): Coney Island BabyStreet Hassle, New York, Songs For Drella. Torniamo a parlare di Lou Reed in questi giorni in occasione dell'uscita del suo film / disco basato sull'esecuzione live di Berlin. Il disco originale è sempre stato uno dei miei preferiti, questo dal vivo è una bella occasione per riviverlo. Per quanto riguarda il film, beh, scusate la mia superficialità ma Lou Reed preferisco ricordarlo il ventenne glam del 1974. Ci sono già io ad invecchiare, non mi serve che succeda anche ai miei ricordi...

PS: il chitarrista è Steve Hunter, lo stesso di Berlin Live at St.Ann's Warehouse

mercoledì 22 ottobre 2008

Happening 40 years ago : 1968


The Beatles > The Beatles (The White Album)
The Band > Music from Big Pink
The Rolling Stones > Beggars Banquet
Bob Dylan > John Wesley Harding
The Jimi Hendrix Experience > Electric Ladyland
Van Morrison > Astral Weeks
Pink Floyd > A Saucerful of Secrets
Creedence Clearwater Revival > Creedence Clearwater Revival
The Velvet Underground > White Light/White Heat
The Byrds > Sweetheart of the Rodeo
Jefferson Airplane > Crown of Creation
The Who > Magic Bus: The Who On Tour
Traffic > Traffic
The Kinks > The Kinks Are the Village Green Preservation Society
Family > Music In a Doll's House
Simon and Garfunkel > The Graduate
Deep Purple > The Book of Taliesyn
Big Brother and the Holding Company > Cheap Thrills
Blood, Sweat & Tears > Child is Father to the Man
Eric Burdon & The Animals > Love Is
Deep Purple > Shades of Deep Purple
Walter Carlos > Switched-On Bach
Taj Mahal > Taj Mahal
Jethro Tull > This Was
The Doors > Waiting for the Sun
Frank Zappa > Lumpy Gravy
Mothers of Invention > We're Only in It for the Money
Cream > Wheels of Fire
Johnny Cash > At Folsom Prison (live)
Donovan > The Hurdy Gurdy Man
Dusty Springfield > Dusty in Memphis
The Beach Boys > Friends
The Moody Blues > In Search of the Lost Chord

sabato 18 ottobre 2008

Hold Steady > Stay Positive


C'è un rock di NYC? Vediamo un po'... Garland Jeffreys che canta "r... o... c... k... ROCK!"; il Bruce Springsteen di The River e E Street Shuffle; il grande Elliott Murphy; Willie Nile; Lou Reed, non si discute; Mink DeVille... Se c'è un NYC ROCK questi Hold Steady sono i suoi più recenti esponenti.
È difficili raccontarli questi Hold Steady. Un suono "delle chitarre"  sguaiatamente rock quasi fossero gli Who, con qualche picco quasi punk che farcisce lunghe e dense canzoni newyorchesi alla Elliott Murphy, sbavate e fuori fuoco come se fossero i Black Crowes in trasferta. Una voce tosta e romantica, quella di Craig Finn, due chitarre alla Townshend (Tad Kubler), basso e batteria che picchiano come se ne andasse della loro vita, ed un tastierista Franz Nicolay che ho preso per Roy Bittan (sono veramente andato a cercarne traccia sulle note del disco).
Le canzoni belle sono belle davvero, come il rock tosto di Slapped Actress, la springsteeniana Sequestered in Memphis, e le ballate, strane, un po' oniriche e nebbiose, come One For The Cutters che viene introdotta da un clavicembalo, la lunga e malinconica Lord I'm Discouraged, l'intensa Both Crosses.
Le canzoni hanno spesso cori da stadio a cui aggrapparsi come se dovessero finire su un album degli U2, come Stay Positive, ma intrise invece di una malinconia più rock notturna da Del Fuegos. 
Insomma, c'è tanta carne al fuoco in questo Stay Positive e in questi Hold Steady. Una scoperta che dimostra che forse davvero il rock & roll non muore mai...

☆☆☆☆  (ottimo)

Genere: Rock

Rough Trade, 2008

in breve: intenso


da ascoltare con:

Willie Nile (1980)

The Del Fuegos > Boston, Mass (1985)

Bruce Springsteen > The River (1980)

Elliott Murphy > Never Say Never (2005)

Lou Reed > New York (1989)

Mink DeVille > Return To Magenta (1978)

Happening 30 years ago : 1978


Bruce Springsteen: Darkness On The Edge Of Town (CBS)
Dire Straits: Dire Straits (Vertigo)
NRBQ: At Yankee Stadium (Mercury)
Moon Martin: Shots From A Cold Nightmare (Capitol)
Mink de Ville: Return To Magenta (Capitol EMI)
Graham Parker: Parkerilla (Vertigo)
Lou Reed: Street Hassle (Arista)
Warren Zevon: Excitable Boy (Asylum)
Robert Palmer: Double Fun (Island)
Tom Waits: Blue Valentine (Asylum)
Blues Brothers: Briefcase Full Of Blues (Atlantic)
Bob Seger & The Silver Bullet Band: Stranger In Town (Capitol)
Johnathan Richman: Modern Lovers Live (Beserkley)
 Police : Outlandos d'Amour (A&M)
Bob Dylan: Street Legal (CBS)
Southside Johnny & The Asbury Jukes: Hearts Of Stone (Epic CBS)
Van Morrison: Wavelenght (Warner Bros)
Rolling Stones: Some Girls (Rolling Stones EMI)
Joan Armatrading: To The Limit (A&M)
Steve Forbert: Alive On The Arrival (Nemperor CBS)
George Thorogood: Move It On Over (Rounder)
Ian Dury: New Boots And Panties!! (Stiff)
Lou Reed: Live - Take No Prisoners (Arista)
Elvis Costello: This Year Model (Columbia)
Rumour: Frog Sprouts Clogs And Crauts (Stiff)
Dirk Hamilton: Meet Me At The Crux (Elektra)
Greg Kihn: Next Of Kihn (Beserkley)
Larry Martin Factory: Daimler Benz (Isadora RCA)
Patty Smith Group: Easter (Arista)
Peter Tosh: Bush Doctor (Rolling Stones)

giovedì 16 ottobre 2008

JJ Grey & Mofro > Country Ghetto


Dio sia lodato: non siamo rimasti soli nell’universo. C’è ancora vita. C’è ancora musica rock. Questi JJ Grey & MOFRO (rispettivamente il chitarrista cantante leader e la band) mi sono stati segnalati da Luigi ed il nuovo disco è stato recensito da Zambellini nel suo Zambo’s Place. Musica antica e moderna, musica tosta ed evocativa, energia e talento.

Questi JJ G&M sono di Jacksonville, Florida, e questo è già un programma. Come non pensare al rock del sud dei fratelli Allman, di Gov’t Mule, di Black Crowes?

Un rock intenso, essenziale, che si ispira volutamente ad una mitica band dei primi settanta che a sua volta si ispirava ai primi sessanta: i Creedence Clearwater Revival dell’immortale John Fogerty, verso i cui capolavori di tre minuti JJ Grey ha più di un debito.

Come i CCR, anche JJ G&M si rifanno alla mitologia della Louisiana, al suono della bajou country, al fascino appiccicoso della swamp. Chitarra affilata, basso e batteria, voce roca, canzoni delle radici ed una contagiosa voglia di ballare. Il lato rock & roll dei Los Lobos.

Ma la band non è una ganga di c’era-una-volta. Al contrario l’intensità funky del ritmo mi riporta inconfondibilmente alla potenza del Groove degli anni novanta di Blues Travelers,  Spinning Doctors, Popa Chubby; linfa nuova da NYC. Se ci mettiamo il soul di Memphis, il  blues di Chicago e l’orizzonte psichedelico di San Francisco abbiamo coperto tutti gli States.


Country Ghetto non è l’ultimo disco (che è invece Orange Blossom, quello lo ha recensito Zambo); è il disco dello scorso anno, ma lo segnalo perché mi sembra ancora più bello, nella sua lucida essenzialità.

Non c’è una nota di troppo in Country Ghetto, un arrangiamento che non abbia la precisione chirurgica dei Creedence nell’alternanza benedetta di rock & roll, soul e lentoni dell’anima. Fra i brani non c’è un filler, ma il meglio di paiono il soul cattivo di WAR, il rap di Country Ghetto e la ballata da pelle d’oca di Tragic (la metto al livello di Soulshine, voi sapete di chi). E il John Lee Hooker / ZZ Top di Turpentine, e la malinconia di Palestine. Insomma: tutte!

Conosco i JJ G&M da oggi, ma già mi sembrano irrinunciabili. Se avete voglia di ROCK non fate a meno di regalare loro un ascolto.


☆☆☆☆   (memorabile)

Genere: Rock & Roll

Alligator, 2007

in breve: essenziale


da ascoltare con:

Creedence Clearwater Revival > Willy And The Poor Boys (1969)

George Thorogood & The Destroyers > Move It On Over (1978)

Los Lobos > How Will The Wolf Survive? (1984)

Gov't Mule > The Deep End (2001)

Bob Dylan > Modern Times (2006)


la più bella canzone swamp di tutti i tempi:

Bad Moon Rising (1969)