martedì 30 settembre 2008

Lou Reed


I Velvet Underground furono un gruppo seminale, come i Beatles. Come i Beatles inventarono da sè il proprio modo di suonare, senza ispirarsi a nessuno che li avesse preceduti. I Velvet volevano essere una band che non fosse blues, che non suonasse la musica tradizionale né psichedelica, né flower power, e forse senza sforzo inventarono l'art rock e inventarono la musica di New York come “diversa” da quella americana; senza essere virtuosi, anzi forse proprio grazie ai propri limiti tecnici, inventarono il modo di suonare la chitarra ritmica che sarebbe poi stata di Brian Eno e dei Talking Heads, ed il modo di cantare che avrebbe influenzato dieci anni dopo la new wave.

Velvet Underground > and Nico (1967) ★ ★ ★ ★ ★

Il giovane Lou Reed era un newyorkese innamorato del rock & roll e di gruppi come Dion And The Belmonts. La formazione dei Velvet era bizzarra: un gallese, John Cale, al basso e alla viola; una donna, Maureen Tucker, alla batteria; un chitarrista non eccezionale, Sterling Morrison, alla ritmica. Assieme erano, nel 1966, la band del Café Bizarre del Greenwich Village. Quando suonaronoThe Black Angel's Death Song il proprietario chiese loro di non eseguirla più. I quattro la rifecero immediatamente e furono licenziati. Li aveva però già notati l'artista pop Andy Warhol che, cercando un supporto musicale al proprio show itinerante chiamato Exploding Plastic Inevitable, scelse proprio la band, a cui volle unire la voce dell'attrice tedesca Nico. Lou Reed cantava di droga e di sadomasochismo, John Cale era un musicista colto appassionato di musica contemporanea, Nico aggiungeva quella componente mitteleuropea, Andy Warhol certificava l'arte della loro musica. 
Il primo LP, Velvet Underground & Nico (1967), fu gratificato di quella straordinaria copertina bianca con la banana gialla che da sola lo rende obbligatorio in ogni discografia. Il suono duro, aspro e spigoloso non ebbe un riscontro nelle classifiche di vendita, ma contiene canzoni immortali comeSunday Morning, I'm Waiting For The Man, Femme Fatale, Venus In Furs, Heroin. Praticamente tutte.Run Run Run suona come i Talking Heads dieci anni prima. Alla fine dell'anno Nico se ne era andata ed anche Warhol aveva perso interesse. Il secondo album, White Light/White Heat (1967), era particolarmente duro, con brani come l'omonimo WL/WH (si riferisce alla botta dell'eroina) e Sister Ray. Un altro capolavoro con meno riscontro del primo, che fece perdere alla band anche John Cale.The Velvet Underground (1969) con belle canzoni come What Goes On e Pale Blue Eyes costò il contratto con la MGM. Dopo una tournèe all'ovest registrata nel doppio, postumo 1969 Live e il concerto al Max's Kansas City registrato su un registrare a cassette, il gruppo era ormai la “spalla” di Lou Reed

Velvet Underground > Loaded (1970) ★ ★ ★ ★ ★

Con Loaded, Reed fece uno sforzo straordinario di far piacere la band alle stazioni radio e alla gente. Ogni canzone fu studiata allo scopo di poter essere un potenziale hit, perdendo quella particolare durezza che aveva caratterizzato gli album precedenti, ma guadagnando quell'aria decadente che avrebbe caratterizzato la produzione solista di Reed. Alcune canzoni del disco sono bellissime, come Sweet Jane (uno degli inni del rock & roll) e Rock & Roll, ballate dolci e oblique come New Age e I Found A Reason e pezzi pop come Who Loves The Sun e Train Round The Bend. Non so come abbia potuto non andare in classifica, quello che è sicuro è che da allora l'album è stato ristampato innumerevoli volte e le canzoni sono state suonate senza fine.

Lou Reed > Transformer (1972) ★ ★ ★ ★ ½ 

Dopo Loaded, Lou Reed lascia la band (che prosegue con un ultimo album senza di lui) e si sposta in Inghilterra per dar inizio ad una carriera solista. Il primo album lo incide per la Atlantic addirittura con membri degli Yes (Steve Howe e Rick Wakeman), che appartengono alla stessa etichetta. Dopo di che viene lasciato di nuovo senza contratto, ma solo per ricevere l'offerta di Bowie di produrre un disco con lui e Mick Ronson. Il risultato è uno splendido disco "glam" con tutta l'energia di un disco "inglese", un singolo di successo come Walk On The Wild Side e altre grandi canzoni come Perfect Day, Satellite Of Love e Vicious. È curioso come il successo di classifica sia potuto arrivare con una canzone che parla di travestiti, prostituzione e fellatio ("giving head"). Particolarmente brillante il suono dell'edizione remaster.

Lou Reed > Berlin (1973) ★ ★ ★ ★ ★

Nel 1973 Lou Reed è improvvisamente una star, ma l'uomo dimostra di non aver nessuna intenzione di seguire le orme di Rod Stewart. Il suo primo album dopo Bowie e Ronson è uno straordinario concept sul dolore, introverso, letterario, difficile, ma ancora molto bello, con brani come Lady Day, Men Of Good Fortune, Oh Jim, Caroline Says e pezzi agghiaccianti come The Kids, The Bed e Sad Song. Al basso fa la sua comparsa un giovane session man dal nome di Tony levin. La RCA ha stampato il CD addirittura senza testi (almeno l'edizione tedesca che ho io), spero in un remaster adeguato.

Lou Reed > Rock’n’roll Animal (1974) ★ ★ ★ ★ ★

Rock'n’roll Animal consiste in cinque canzoni (quattro sono dei Velvet Underground) tratte da un mitico concerto all'Academy Of Music di New York. Il suono, con due chitarristi elettrici del calibro di Steve Hunter e Dick Wagner, è sorprendentemente rock e del tutto diverso da quello che Lou ha fatto fino a quel momento. R&R Animal è un evento unico: trascende la musica stessa di Reed per creare un disco che da solo potrebbe rappresentare il significato stesso di rock & roll. Nessuno può essere vivo e non ballare alle note di Sweet Jane e di Rock & Roll. Una seconda metà dello stesso concerto fu pubblicato come Lou Reed Live l'anno successivo, mentre altre due canzoni comparvero in una riedizione del CD. Quello che mi è incomprensibile è come mai a tutt'oggi non sia stata pubblicata una edizione di R&R Animal con tutto il concerto in versione integrale.

Lou Reed > Coney Island Baby (1976) ★ ★ ★ ★ ★

Dopo R&R Animal, Lou, all'apice del successo personale, era un bel po' fuori di testa. Fra l'altro anche altri due ex Velvet, John Cale e Nico, stavano conoscendo in Inghilterra un buon successo personale. Nel 1974 con Sally Can't Dance, Lou inaugura un genere che avrebbe portato avanti per anni, quello della sua discografia minore, canzoni che poco avevano da spartire con i suoi capolavori. Nel 1975 la sua forza contrattuale è tale da convincere la RCA a dare alle stampe un disco intitolato Metal Machine Music, due LP contenenti solo un infinito, lacerante feedback di chitarra elettrica. I resi furono innumerevoli e la RCA ritirò il disco, oltre a considerare seriamente l’idea di stracciare anche il contratto. Racconta Reed che non aveva neppure più un soldo, e aveva persino impegnato le chitarre. Quelli della RCA gli pagarono un albergo e gli proposero un ultimo disco, purché fosse normale. E Lou Reed, con i capelli nuovamente della sua tinta (anziché il biondo tinto dell'animale del rock & roll) accettò. Che premesse c'erano perché il disco fosse buono? Invece Coney Island Baby è un altro capolavoro. Un disco "normale", sulla "normalità", con una band dal suono pulito ed essenziale, ed una voce profonda che canta canzoni con spessore. Crazy Feeling, She's My Best Friend, Kicks, Coney Island Baby. Un disco bellissimo, adulto, come piace definirlo a Lou Reed, da poeta laureato del rock & roll.
Il successivo Rock And Roll Heart (1976) sarebbe stato un altro disco minore, ma quanti capolavori può scrivere un uomo?

Lou Reed > Street Hassle (1978) ★ ★ ★ ★ ★
Lou Reed > Live - Take No Prisoners (1978) ★ ★ ★ ★ ★ 

Nel 1977 la scena musicale cambia completamente. Spira un vento di novità, le superstar sono improvvisamente fuori moda e dalle ceneri degli anni sessanta nascono legioni di gruppi nuovi che tornano a suonare con tre accordi e tanta energia canzoni di due minuti. Lou Reed è considerato universalmente un ispiratore del punk e tutta la new wave è in debito con lui. Street Hassle, il disco del 1978, dimostra che non si sbagliavano. Le prime note riprendono il discorso interrotto ai Velvet Underground e Sweet Jane. Il suono è sporco ma ricco e pieno, con cori e fiati, l'energia tanta, la voce decisa. Gimme Some Good Times è il seguito di Sweet Jane, Dirt, I Wanna Be Black, Leave Me Alone, Wait sono colpi di pistola, Real Good Time Together scampoli di Velvet. Street Hassle è una opera elettrica metropolitana su New York City, della durata di 11 minuti, con tanto di violoncello, a cui partecipa persino la voce dell'altro cantore di NYC, Bruce Springsteen. Un disco più punk dei punk, a cui fa da seguito naturale la testimonianza del tour di Live - Take No Prisoners, in cui un Lou Reed assolutamente padrone di casa rivede  i suoi hit, da Sweet Jane a Pale Blue Eyes, Waiting For My Man fino a permettersi di parlare sul riff di Walk On The Wild Side senza poi cantare effettivamente la canzone.
The Bells (1979), Growing Up In Public (1980), The Blue Mask (1982), Legendary Hearts(1983) sono minori (anche se c'è chi apprezza molto The Blue Mask, un disco con la stessa copertina di Transformer ma virata in blu) fino al concerto "normale" di Live In Italy (1984).

Lou Reed > New York (1989) ★ ★ ★ ★ ★

Quando la carriera di Lou Reed sembra definitivamente scritta, arriva una nuova sorpresa. Di nuovo le note di Sweet Jane introducono un rock & roll sferragliante, questa volta dedicato a NY. E di nuovo sono grandi canzoni, Romeo And Juliette, Endless Cycle e soprattutto Dirty Blvd, un nuovo robusto hit buono anche per le classifiche. 

Lou Reed and John Cale > Songs For Drella (1990) ★ ★ ★ ★ ★

Di nuovo si parla di Velvet Underground quando Lou Reed e John Cale decidono di registrare un disco assieme in ricordo del vecchio mentore Andy Warhol, morto nel 1987. E ancora arriva un'infornata di "nuovi" classici, da Smalltown a It Wasn't Me, Slip Away, e soprattutto Nobody But You, con lo stile "letterario" di Cale ed il R&R di Lou.

Lou Reed > Animal Serenade (2004) ★ ★ ★ ½

Nel 2003 Lou Reed mette assieme nuovamente una grande band, con tanto di violoncello, del basso di Fernando Saunders e della voce di Anthony, per recitare ancora una volta il rosario dei suoi migliori lavori, dai Velvet a Street Hassle, Dirty Blvd, e un pizzico di Raven (il lavoro dedicato ad Edgar Allan Poe), con un suono asciutto ed essenziale, ed un’attitudine un po’ crooner.
Fra i dischi dal vivo, vanno menzionati anche un Live in London e una reunion dei Velvet Underground all'Olympia di Parigi nel giugno del 1993 (Live MCMXCIII) che però non mi ha entusiasmato, anche per qualche problema vocale del leader. 

Lou Reed > Berlin Live At St. Ann's Warehouse (2008)

Nel corso del 2007 Lou Reed è stato in giro per il mondo (Italia compresa) per il Berlin tour. Si, lo so che quel disco è uscito nel 1973, ma il tour Lou lo ha fatto adesso, accompagnato da una sezione di archi e da un coro di bambini. Berlin potrebbe essere il suo disco migliore, e fino ad oggi non ha subito un remaster di lusso al pari di Transformer e Coney Island Baby. Sono ansioso di ascoltare il disco del concerto, anche se mi farebbe sempre molto piacere un remaster dell'originale.


giovedì 25 settembre 2008

il primo long playing



Il primo amore non si scorda mai. E il primo long playing, il primo disco a 33 giri? Cioè il primo disco "vero"? E già che ci siamo, il primo CD?
Questa è la domanda che mi è stata ispirata dai commenti del post precedente...
...per quanto mi riguarda ricordo che compravo i 45 giri di musica leggera fin da bambino, di solito dopo Sanremo (roba tipo Gianni Pettenati, mica briciole), di solito con la complicità del papà, lo sponsor dell'operazione. 
I primi dischi comprati con soldi miei sono arrivati in prima Liceo, ed ancora si trattava di 45 giri, una piccola collezione che portavo con me alle "feste" nei garage. Già c'erano nomi come David Bowie, ammiratissimo da noi teen-ager, Rolling Stones, Elton John (Crocodile Rock), Ike & Tina Turner (Nutbush City Limits). Il primo LP sarebbe arrivato quell'anno stesso, ed ebbe lo stesso impatto di una crepa in una diga. Ricordo che un LP costava 3500 lire, a fronte di una mancia settimanale di 5000. Riuscii a comprare i primi tre o quattro prima di partire per la prima indimenticabile vacanza londinese, da cui tornai con una piccola invidiata collezione, che con gli anni sarebbe diventata mio malgrado una raccolta enorme (dico "mio malgrado" perché non sono mai stato un collezionista, ed i dischi li ho sempre acquistati per ascoltarli... ma ne ho ascoltati davvero tanti...)

Ma quale fu insomma il primo LP? 
Devo ammettere con sincerità che non sono sicuro fra due titoli quale arrivò per primo. Uno è Il Nostro Caro Angelo di Lucio Battisti. Un Battisti idolo di una generazione e nel momento del suo massimo splendore, quello un po' hippie dell'etichetta Numero 1. Un disco invecchiato male, ma allora essenziale e puntuale negli arrangiamenti asciutti e decisamente rock di Radius e compagni (la Formula 3).
L'altro fu il 33 giri di esordio di Suzi Quatro, una rock & roller americana che strillava Can The Can (ma anche All Shook Up e I Wanna Be Your Man) con quattro accordi che allora venivano etichettati con sufficienza come Heavy Metal Bubblegum, un sottoprodotto del Glam. Fosse arrivata  solo pochi anni dopo sarebbe certamente stata venerata come... punk. Quando si dice il momento sbagliato. Da Londra tornai con Close To The Edge, Pictures At An Exhibition, un'antologia Decca degli Stones, Lou Reed R&R Animal, Tubular Bells e non so più che altro, e nulla fu più lo stesso.
E il primo CD? A tutta prima non accolsi i CD con simpatia, perché sapevano di truffa: costavano il doppio, anche il lettore aveva il suo prezzo, e la copertina mancava dell'inconfondibile profumo del LP.
Aspettai che fosse stampato Live 75-85 del Boss per fare il passo. Anzi, ricordo che comprai il cofanetto ancora prima del lettore...

E voi? Ricordate il vostro primo LP? (ma niente bugie, non c'è di che vergognarsi se il primo disco della propria vita è molto meno di un capolavoro...)

mercoledì 24 settembre 2008

Storia di una passione


Storia non tanto breve di un percorso musicale cha da Blue Suede Shoes ai Phish mi ha portato a incrociare persone splendide e musiche di paradiso


Ho comprato il mio primo Long Playing nel 1973, all'età di 16 anni. Si potrebbe obiettare che il 1973 fosse un po' tardi per l'era d'oro del rock, ma nel nostro paese non è così; la festa era appena iniziata. Negli anni '60 in Italia non si trovavano di routine gli LP di Beatles, Stones, Dylan, Creedence, Spirit. Al limite si trovava qualche 45 giri, ma soprattutto cover dei nostri gruppi beat. Gli LP sarebbero arrivati negli anni settanta. Con il senno di poi i primi grandi singoli del rock & roll li ho sentiti sull'autoscontro: ricordo Molina e Satisfaction.

I dischi di mio padre erano di Bach, Mozart e Beethoven, così come di Buscaglione, Patty Pravo, Celentano. Ricordo il 45 giri di Blue Suede Shoes, Sympathy dei Rare Bird, i Rokes. Io registravo la Hit Parade dalla radio con un microfono. In gita scolastica nel 1970 ho imparato a ballare (i lenti) con un 45 giri dei Beatles, Let It Be. Era il loro ultimo disco, ma è stato abbastanza per poter dire di essere stato battezzato dai Fab Four. 


Nel 1973 ho cominciato ad avere abbastanza soldi per comprare i miei dischi. 


Dall'estate di quell'anno ho avuto la fortuna di passare le mie vacanze estive in Inghilterra. Vacanze di cui ho ancora oggi un ricordo indelebile, che mi hanno proiettato in una Swinging London ancora calda dell'eco di tutta la musica che era passata per le sue strade e i suoi club. 

Erano anche gli anni del Progressive Rock (allora pudicamente lo chiamavamo Pop, non Rock, con un significato diverso da quello che diamo oggi all’aggettivo: probabilmente ci ispiravamo a Pop Art) cioè di Yes, Emerson Lake & Palmer, Genesis, Van der Graaf, Caravan, Pink Floyd e compagnia, ma anche del glam, David Bowie, Lou Reed, Elton John e Roxy Music in testa. E degli Stones, che in quel momento erano il definitivo gruppo rock. Scoprire tutta quella musica in poche settimane è stata un'esperienza indimenticabile, che avrebbe sicuramente cambiato la mia vita. Quella del 1973 era anche l'estate di Mike Oldfield e del suo Tubular Bells. Nessuno aveva mai sentito musica come quella e non si parlava di altro. Ci si trovava a casa degli amici a far suonare il disco in rigorosa concentrazione. Tubular Bells è rimasto nella Top Ten inglese per tutto l'anno, superato solo dal secondo disco di Oldfield. Avrebbe fatto la fortuna della sua neonata casa discografica, la Virgin, e spianato la strada al successo dei compagni di scuderia, in particolare dei tedeschi Tangerine Dream. Dite quello che volete, ma those were the days: un disco di musica elettronica tedesca sperimentale come Phedra era il disco più venduto di quel mese. 


A casa ascoltavo la radio, che trasmetteva una dietro l'altro due programmi imperdibili: Supersonic (con la sigla di Inagaddadavida degli Iron Butterfly) che trasmetteva i 45 giri, e Pop Off, "il rock del mediterraneo" con gli LP. Come una valanga nacquero le radio private, che allora si chiamavano le radio libere. Ascoltare per la prima volta Authoban dei Kraftwerk alla radio è stata un'esperienza lisergica. Purtroppo concerti non ce n'erano, perché erano gli anni di piombo e un gruppo di rivoluzionari squadristi lo impediva al motto di "la musica è di tutti"; ma in Italia si poteva vedere comunque la Premiata Forneria Marconi, Eugenio Finardi, Edoardo Bennato, gli Area. Si leggeva Ciao 2001, ma anche Muzak.

Nel 1977 spendevo ancora le mie vacanze a Londra ma, all'improvviso, tutto era cambiato: nessuno ascoltava più la musica seduto ed in silenzio ma si indossavano T shirt rovesciate con scritto God Save The Queen (ed io ero fra quelli). Dappertutto suonavano inni adrenalinici della durata di tre minuti, e si ballavano a piedi uniti i singoli dei Sex Pistols, Eddie And The Hot Rods, Police, Damned. In testa alla classifica c'era Stupidity dei Dr.Feelgood. Un vero spasso. Di Prog Rock, elettronica, musica sperimentale, jazz rock all'improvviso nessuno di noi voleva più sentire parlare. Di li a due anni avremmo saltellato con lo ska di Madness, Specials e Selecters.


Il primo numero del Mucchio Selvaggio, con Neil Young in copertina, fu un evento epocale. In quell'aria da new thing (o meglio da new wave), leggere di rock americano, Byrds, Beach Boys, Ry Cooder, Bonnie Raitt, Townes Van Zandt, era come scoprire i classici. 

Di li a poco sarei diventato "Blue" Bottazzi (dal singolare di blues, ma ispirato alla copertina di Blue Valentine di Tom Waits) e avrei cominciato a vivere la storia del giornalismo musicale italiano dal "dentro". Nel mio piccolo ho ritagliato un certo spazio alla mia firma con articoli fiume su Bruce Springsteen, Mink DeVille, Tom Petty, Greg Kihn, Graham Parker, e ho avuto qualche fan di mio per un ventennio, fino all'onore di una dedica sul primo album dei Cheap Wine (la definitiva rock band made in Italy). Bruce Springsteen era il mio guru, Van Morrison il mio profeta, Nick Lowe il mio compagno di pub.

Nel Mucchio avevo conosciuto gente davvero interessante, in particolare Mauro Zambellini, il mio doppio (allora) in fatto di gusti musicali. Il Mucchio avrebbe dato origine a tutta quanta la stampa rock italiana dei due decenni successivi, da Rockerilla al Buscadero, Chitarre, Late For The Sky e quant'altro.

A metà degli anni '80 con il copia e incolla (forbici e coccoina, non ancora Macintosh) avrei dato vita al primo e unico numero su carta di Texas Tears, con uno special sul “rock romantico e il rock rurale”.

Negli anni 90 durante una coast to coast sono incappato in Kimberly, la mia piccola rock & roll girl che usciva dai dischi di Elvis e di Bruce per vivere con me. Dal punto di vista musicale questa ha significato il grande amore per il mid-west, la strada allo stesso tempo reale e metaforica che procede dal blues di Chicago al R&R di St.Louis, il country di Nashville, il rithm & blues di Memphis fino al boogie di New Orleans.

Per me sono stati gli anni di John Hiatt, Tom Petty, John Mellencamp, Chris Isaak, Jimmy Buffett, Johnny Rivers, Chuck Berry, Jayhawks, BoDeans, Subdudes, Lyle Llovet.

Nel 1996 ho partecipato alla band di Feedback, con Marco Denti e Zambo. Feedback è durato la spazio di quattro numeri, ma è stata a mio avviso la migliore rivista di rock in Italia. Peccato che sia durato poco, complici le quattro copertine uguali, rosse e sfuocate, fortemente volute da Denti.


Incidentalmente Feedback ha gettato il seme della mia successiva evoluzione di gusti musicali. Tutto è nato dal giorno in cui Marco mi ha messo in mano questo disco di una band totalmente sconosciuta, chiedendomi di recensirlo. Era Stash (un'antologia) dei Phish. Una lenta conversione, che ha preso lo spazio di due anni per convincermi che i Phish fossero la più grande band di tutti i tempi (compresi i Beatles), la Dave Matthews Band la seconda più grande band di tutti i tempi (compresi i Rolling Stones) ed i loro fratelli i Blues Travelers, Sheryl Crow, i Gov't Mule di Warren Haynes, e tutta la compagnia di questo genere che io chiamo Groove.

A loro volta i Phish mi hanno portato alla (ri)scoperta dei Grateful Dead, che per me erano solo il leggendario gruppo psichedelico di Live Dead del 1969, e invece ho scoperto come la definitiva American Band, grazie alle innumerevoli testimonianze dei live show.


Un altro incidente di percorso è stato l'ascolto di Discipline dei King Crimson, che avevo ammirato come band progressive ma ignorato del tutto nella sorprendente trilogia Art Rock, che non avevo ascoltato negli anni della new wave. Discipline, Beat e Three Of A Perfect Pair sono ora fra i miei "dischi preferiti" e rappresentano il dark side del mio ascoltare musica oggi.


La morte civile che accompagna la musica dell'industria discografica e delle riviste musicali (la chiamo “MTV music”, ed ha comunque avuto il pregio di stimolare i musicisti all'autogestione e alla nascita di etichette e produzioni indipendenti, come era successo già una volta nei lontani anni '50 della nascita del rock & roll) mi ha permesso di allargare i confini musicali, vorrei dire della mente, oltre a quelli di "un genere alla volta" tipico e naturale dei momenti di forte corrente creativa. Complice anche le ottime ristampe di quasi tutto il materiale della storia del rock, mi trovo ad ascoltare indifferentemente il Groove, il rock degli anni '60 (magari uno splendido remaster degli Who o dei Cream), il rock progressivo degli Yes (i Grateful Dead di Albione), l'elettronica di Klaus Schultze o di Robert Fripp, il country di Dwight Yoakam, il boogie dei Little Feat, una cover di Dylan, la new wave di Costello, il free rock dei Caravan, le canzoni di Todd Rundgren, la chitarra di Frank Zappa piuttosto che il festival di Bonnaroo o un incredibile concerto della Jerry Garcia Band.

Poi c'è il mio piccolo iPod, che ospita cinquemila delle mie canzoni e me le restituisce, in cuffia, in auto, sullo stereo, come l'infinita trasmissione radio del mio dj preferito.

Insomma, ascolto veramente molta musica: questo è proprio il motivo che mi ha spinto ad aprire questo blog

martedì 23 settembre 2008

Massimo Bubola > Ballate di Terra & d'Acqua



Ci vuole un vino di fibra straordinaria per dare il meglio dopo i cinquant’anni. Come Bruce Springsteen con le Seeger Sessions (55 anni) o Dylan con Modern Times (65).
Oppure Massimo Bubola, 54 anni, fibra veronese, tanta poesia e tanta musica.
Non siate razzisti: un disco non può essere molto bello perché è italiano? Sto parlando di Massimo Bubola: altro che Ry Cooder e John Hiatt!
Massimo Bubola ha registrato tanti dischi, fin dal 1976, ha collaborato con tanti artisti (ok, De André su tutti), ha scritto tante canzoni, alcune bellissime, recuperando lo spirito originale della canzone popolare, come pure quell’energia che attraversava i dischi dei cantautori italiani negli anni settanta.

Ma fra tutti, le Ballate di terra & d’acqua rappresentano il suo disco migliore.
Ripulite infine le sue canzoni dal folk, dagli anni settanta, dagli echi di Fabrizio... resta un grande rock e grandi canzoni: questo disco dalla copertina blu con il pettirosso, è stato il mio disco dell’estate, e sono sicuro che sarà il mio disco dell’anno.
Un grande rock, energico, gioioso, intenso, carico, come il rock & roll dovrebbe essere.
Rock come? Avete presente Darkness On The Edge Of Town? Rock così.
Non perché Bubola sia uno Springsteeniano, come Graziano Romani per intenderci. Ma perché c’è dentro quella corrente, quel fiume in piena, quella energia che comunica, dall’anima del cantante all’anima di chi ascolta.

Un rock delle chitarre, con suono caldo elettrico ed acustico. Quello di Sto Solo Sanguinando, un’apertura alla R.E.M. per un manifesto di intenti, e una citazione a Dylan, secondo un gioco caro a Massimo:

“lo so, lo so, lo so, lo so
forse sto un po' invecchiando
oh no, oh no, oh no, oh no
sto solo sanguinando...”

E come in un disco di Springsteen degli anni settanta non c’è il tempo di respirare che ti piove addosso il ritmo serrato serrato del rock di Una Chitarra per Due Canzoni e Cambiano, una dietro l’altra:

“cambiano i film, le malinconie
cambiano i sogni e le fantasie
cambiano i duri ma non i fragili
cambiano gli angeli, non certo i diavoli...”

(ma quest’uomo sta cantando per me!!!)

Una sequenza che ascoltata on the road ti cambia l’umore della giornata. Come se dalla radio uscissero Boom Boom, Badlands e Born To Be Wild una dietro l’altra. Chi potrebbe fare a meno di mettersi a cantare in coro?

Dolce Erica è una murder ballad, alla Nick Cave (manca solo la voce femminile, che ci sarebbe stata benissimo).

Tutti quegli anni è la mia canzone preferita, una The River dedicata immagino al padre.

“tutti quegli anni sopra gli affanni insieme a te
la tua voce una carezza di erba e vento
la risata senza frenata cristallo e argento
e ripenso a tutti quei giorni, a quei ritorni assieme a te

mi hai insegnato a nuotare e a scrivere o stesso giorno
la bellezza delle parole e del ritorno...
...e le foto di fine anno di quei ragazzi davanti a te
sui gradini della tua scuola ben pettinati tranne due o tre...”

Che posso farci, non posso ascoltarla senza commuovermi.
E ancora Uno Due Tre, altra murder ballad, e la poesia semplice, delicata ed evocativa di Canzone dell’Assenza:

“fuori piove argento e neve c’è un silenzio lieve sopra i prati bianchi corvi stanchi scrivono che tu mi manchi già”

Massimo, sei un grande! ma Grande come i Grandi!

☆☆☆☆ (perfetto)
Genere: Songwriter
Eccher, 2008
in breve: un inno alla gioia di vivere declinato in rock

mercoledì 17 settembre 2008

Southside Johnny with LaBamba Big Band > Grapefuit Moon The Songs Of Tom Waits

La chiave di comprensione di questo Grapefruit Moon sta nel realizzare che non si tratta di un disco di Southside Johnny (niente Jukes da queste parti) ma il disco di Ritchie LaBamba Rosenberg e della sua Big Band di fiati. Stiamo parlando di quindici musicisti fra trombe, tromboni e corni, sostenuti da altri sei per le tastiere e la sezione ritmica. Una vera big band swing, che non fa però del vintage la propria fede, anzi, gli arrangiamenti (di LaBamba) sono assolutamente liberi di spaziare fra il jazz delle big band degli anni trenta, al soul, al classic pop, come a qualsiasi altro sapore sia funzionale alle canzoni. Fantasia nella tradizione, come nella grande cucina. 
Johnny (Lyon) non è Sam Cooke, e neppure Tom Waits (che lo affianca nel cantare un brano), ma la sua voce fa del suo meglio per sostenere un suono tanto lucido, potente e squillante, e non è certo il mestiere che gli manca.
La band è da brivido: i dodici brani sono registrati interamente dal vivo in studio, ed il risultato è semplicemente perfetto. Perfetta l’esecuzione, perfetto il suono, perfetto il colore: quello caldo degli ottoni e del legno della sala di registrazione.
Non so decidere se Grapefruit Moon sia un capolavoro o solo un disco straordinario, ma quello che posso assicurare è che si tratta di musica entusiasmante, emozionante, gioiosa, ricca, fantasiosa... ascoltare Grapefruit Moon è come vedere il miglior film di Woody Allen. È come prendersi una vacanza da questi anni zero...
Johnny aveva già realizzato in passato con i Jukes le cover di due brani di Tom Waits, Hang Down Your Head e una grande New Coat Of Paint, la seconda delle quali si ritrova anche in questo disco, in una versione steroidea. Gli altri brani vengono dall’intera carriera di un autore ormai impalmato come uno dei grandi del novecento -- anche se le sue cose migliori sono tutte declinate al passato.
Insomma, un disco da avere, da ascoltare spesso e da godere.
Una nota finale sul nostro amico Johnny: i suoi tre ultimi dischi sono i migliori della sua carriera (assieme al vecchio Heart Of Stone). Mica male. Infine, lasciatemi concludere con una frase di Johnny: "many thanks to Tom and Kathleen for their help and support; oh... and songs"

1. Yesterday is Here
2. Down, Down, Down
3. Walk Away
4. Please Call Me, Baby
5. Grapefruit Moon
6. All the Time in the World
7. Tango Till They're Sore
8. Johnsburg, Illinois
9. New Coat of Paint
10. Shiver Me Timbers
11. Dead and Lovely
12. Temptation


☆☆☆☆½   (praticamente perfetto)
Genere: Jazz
Evangeline, 2008
in breve: una vacanza nell'era d'oro dello swing suonato a modo "nostro"

da comprare con:

Tom Waits > Foreign Affairs
Southside Johnny > Going To Jukesville

martedì 16 settembre 2008

Rick Wright R.I.P.


Il 15 settembre 2008 ci ha lasciato anche Rick Wright. Tastierista dei migliori Pink Floyd, uomo schivo e "low profile", era impossibile non amarlo. Per il suono ipnotico, raga, del suo organo, per il sapore inconfondibile che ha dato ai migliori album della band, ma anche per le canzoni che ha scritto, poche ma di limpida e delicata bellezza: Remember A Day, Paintbox e una delle più belle canzoni dell'era psichedelica: Summer '68.
Il suo carattere lo aveva tenuto ai margini delle violente polemiche scoppiate fra i frontmen della band, Gilmour e Waters, ritirandosi a godere il mare delle isole greche, per tornare alle scene di recente per accompagnare il ritorno di David Gilmour di On An Island.
So long, Rick... stiamo rimanendo in pochi...

"Remember a day before today 
 A day when you were young. 
 Free to play alone with time 
 Evening never come. 
 Sing a song that can't be sung 
 Without the morning's kiss 
 Queen - you shall be it if you wish 
 Look for your king 
 Why can't we play today 
 Why can't we stay that way 

 Climb your favorite apple tree 
 Try to catch the sun 
 Hide from your little brother's gun 
 Dream yourself away 
 Why can't we reach the sun 
 Why can't we blow the years away 
 Blow away 
 Blow away 
 Remember 
 Remember "

venerdì 12 settembre 2008

Southside Johnny


Southside Johnny è un reduce degli anni settanta, un cantante da bar di un ex sito di villeggiatura del New Jersey, Asbury Park, in cui ha avuto la ventura di vivere anche Bruce Springsteen. Ed erano proprio Johnny, Bruce e Miami Steve Van Zandt (poi divenuto Little Steven) a calcare i palcoscenici di club in cui si sono fatte le ossa suonando incessantemente sera dopo sera i classici del soul dei primi anni sessanta, canzoni pre-Beatles come "I Only Want To Be With You", "Soul Man" e i pezzi di Sam Cooke, come fossero stati juke box (i Jukes di Asbury, appunto).
La band di Johnny era la più bella, la “soul band” con cinque fiati (sax, tromba e trombone), coriste e tutto il resto, ma quello che ha avuto successo (per meriti di talento) è stato naturalmente Springsteen, che dalla band di Johnny ha preso in prestito chitarrista (Miami Steve Van Zandt alias Little Steven), moglie (Patti Scialfa) e cantante (Suzi Tyrrel). Johnny è rimasto il perdente, quello che non ha le due ville a Beverly Hills, che non dorme a casa della Versace, ma che notte dopo notte è ancora a contatto della gente dei bar per sbarcare il lunario.
Nonostante una raffica di dischi molto belli, fra cui lo springsteeniano Heart Of Stone e il live Reach Up And Touch The Sky, Johnny (Lyon) non ha mai conosciuto il grande successo, anzi a sentir lui non ha è mai neppure arrivato a guadagnare royalty dalle vendite dei dischi, per una quantità di etichette diverse. Ma ha continuato a fare il suo lavoro, suonando quando poteva con la big band, o persino acustico quando non poteva permettersi accompagnatori. D'altra parte, cosa può fare un cantante soul se non "suonare il soul"?

La prima fase della sua carriere è quella con Steve Van Zandt:

I Don't Want To Go Home (1976)
This Time It's For Real (1977)
Hearts Of Stone (1978)

Havin' A Party (antologico, riassunto dei primi tre) (1979)

Il primo disco è quello più rappresentativo del suono del cub di Asbury Park, con il giusto mix di soul e di Springsteen, con la canzone omonima e la leggendaria Fever. Il secondo, l’anno successivo, ha una gran bella copertina ma Van Zandt fa un casino con la produzione, realizzando un disco suonato e registrato in modo meno che soddisfacente. Hearts Of Stone è perfetto: il disco più Springsteeniano (le canzoni sono del Boss, del periodo Darkness On The Edge Of Town) suonato con cuore e anima. 

The Jukes (1979)
Love Is A Sacrifice (1980)
Reach Up And Touch The Sky (live) (1981)
Trash It Up (1983)
In the Heat (1984)

Con l’uscita di Van Zandt la leadership, almeno in studio, passa a tal Billy Rush, chitarrista che cerca di trasformare il soul anni sessanta della band in un funky anni ottanta, affidandosi persino ad un produttore di musica disco come Nile Rodgers. Fa eccezione la perla registrata dal vivo, Reach Up And Touch The Sky, ancora oggi il miglior live della carriera dei Jukes. In The Heat, del 1984, si chiude comunque con una cover da brivido di New Coat Of Paint di Tom Waits, meglio persino dell’originale.

At Least We Got Shoes (1986)
Slow Dance (1988) disco solista
Better Days (1991)

Mancato comunque il successo di classifica, Billy Rush toglie l’incomodo per essere rimpiazzato da una giovane leggenda del New Jersey, il chitarrista Bobby Bandiera. I dischi sono subito meglio: We Got Shoes è rock & roll asciutto e scatenato, specie nella cover di I Only Want To Be With You del 1963 dell’inglesina Dusty Springfield, la stessa della “Son Of A Preacher Man” di Tarantiniana memoria; Better Days è di nuovo un lavoro di cross over con Miami Steve e Bruce. Altrettanto non si può dire per il debole disco senza i Jukes, Slow Dance.

Spittin' Fire (1997) Live acustico a Parigi
Live at The Paradise Theater (2000) Live a Boston Natale 1978
Messin' With The Blues (2000)
Going To Jukesville (2002)
Into The Harbour (2005)

I dischi degli anni duemila segnano un ritorno di Johnny al massimo della forma. Prima un live acustico a Parigi, con i pezzi classici a fianco di cover degli Stones e di Bruce, poi un discreto album di blues. 
Going To Jukesville è un lucidissimo disco di soul bianco ispirato al Philly Sound, la quadratura del cerchio dell’esperienza musicale della band.
Into The Harbour è un disco maturo, una grande fotografia di un grande cantante, che si rimbocca le maniche per mostrarsi al massimo della forma. Autoprodotto ma senza risparmio, per un'etichetta che si chiama Leroy, con i compagni abituali fra cui i fidi Bobby Bandiera, chitarrista di mito nella scena live, e La Bamba, trobonista con lui dall'inizio, Johnny da il meglio di cui è capace. Suonando i Rolling Stones (Happy), una band che ha già nel passato ha dimostrato di amare eseguendo Wild Horses. Suonando Tom Waits (Hang Down Your Head), il pezzo migliore del disco, come a suo tempo il migliore era stato New Coat Of Paint per In The Heat. Suonando rock lenti per coppie innamorate come in All In My Mind, facendo il verso a Rod Stewart in You're My Girl e persino scrivendo un bellissimo brano Van Morrisoniano con Into The Harbour, e un soul da brivido con The Time Between ("...but I know someday she's coming back home")

Southside Johnny With La Bamba Big Band > Grapefruit Moon, The Songs Of Tom Waits

A dispetto dell’intestazione un disco di La Bamba con Southside Johnny al microfono. Ma di questo si racconta nel prossimo post.

giovedì 11 settembre 2008

Little Feat Discography


con Lowell George:

Little Feat (1971)
Sailin' Shoes (1972)
Dixie Chicken (1973)
Feats Don't Fail Me Now (1974)
The Last Record Album (1975)
Time Loves A Hero (1977)
Waiting for Columbus (1978) Live
Down On The Farm (1979)

Indispensabile il doppio live Waiting For Columbus, per gli altri attendiamo - sperando - una nuova edizione de-luxe da Rhino Records

con Craig Fuller:

Let It Roll (1988)
Representing The Mambo (1990)
Shake Me Up (1991)

formazione attuale:

Ain't Had Enough Fun (1995)
Live From Neon Park (1996) Live
Under the Radar (1998)
Chinese Work Songs (2000)
Ripe Tomatos - Volume One (2002) collezione
Raw Tomatos - Volume One (2002) collezione
Live at the Rams Head (2002) Live
Down Upon the Suwannee River (2003) Live
Kickin' It at the Barn (2003)
Highwire Act Live in St. Louis 2003 (2004) Live
Rocky Mountain Jam (2007) Live

A trovarlo, molto bello il cofanetto antologico in 4 CD:

Hotcakes & Outtakes: 30 Years Of Little Feat (2000)

martedì 9 settembre 2008

Bruce Springsteen show per l'anniversario di Harley Davidson



Gypsy Biker
Out In The Street
Radio Nowhere
The Promised Land
Spirit In The Night
Wooly Bully
Darlington County
You Can Look (But You Better Not Touch)
Darkness On The Edge Of Town
Youngstown
Murder Incorporated
She’s The One
Livin’ In The Future
Mary’s Place
Working On The Highway
Racing In The Street
The Rising
Last To Die
Long Walk Home
Badlands
  Encore: 
Seven Nights To Rock
4th of July, Asbury Park (Sandy)
Tenth Avenue Freeze-Out
Glory Days
Born To Run
Rosalita
Bobby Jean
American Land
Thunder Road
Dancing In The Dark
Born To Be Wild (Steppenwolf)