lunedì 5 dicembre 2016

John Hiatt: il songwriter dei songwriter


“Non sono mai salito su un palco senza l’aiuto di cocaina o di alcool”

Il songwriter dei songwriter, è così che chiamano John Hiatt. Un musicista che ad una potente voce da nero aggiunge uno straordinario talento di autore. Le sue canzoni hanno conosciuto una innumerevole quantità di cover da un esercito di musicista, paragonabile come numero a quelle firmate da Bob Dylan, Lennon/McCartney o Randy Newman.
Classe 1952, di Indianapolis nel midwest, Hiatt crebbe con la sua dose di difficoltà. Un fratello suicida, un padre morto di malattia e qualche guaio passato per una Ford Thunderbird rubata. A undici anni, dopo aver ascoltato Stevie Wonder alla radio, perse ogni interesse per la scuola, lo studio, il baseball e tutto quello che in generale interessava i suoi coetanei, coltivando l’unico obiettivo di diventare un cantante di successo. Scrisse la prima canzone a dodici anni su una Gibson Lady Guitar del ’47, chiuso in una stanza di casa. A tredici anni cominciò a bere alcolici. Scoprì il blues vedendo i bianchi ed inglesi Yardbirds all’Ed Sullivan Show in TV. Iniziò a suonare nel giro dei club locali, fino a quando a diciott’anni, rendendosi conto della facilità con cui gli riusciva di scrivere canzoni, comprò un’auto usata e la guidò fino a Nashville.
A Nashville lavorò come autore per un salario di 25 dollari alla settimana. Scrisse almeno duecento canzoni, si mise a suonare con un gruppo chiamato The White Duke, e gli riuscì di firmare un contratto con la Epic. Con l’anticipo ricevuto per un singolo, registrò un intero album, dalle venature country, intitolato Hangin’ Around the Observatory. Né quel disco né il successivo ebbero successo, e anche se i Three Dogs Night registrarono una cover di Sure, I’m Sitting Here e Conway Titty fece Haevy Tears, la casa discografica lo scaricò.
Si entrava nella seconda metà degli anni settanta e l’America era sotto attacco: era giunta la seconda British Invasion, quella della new wave. Hiatt rimase colpito da This Year's Model di Elvis Costello, ed adeguò il proprio stile a quello nervoso e vivace dell’artista inglese. Da Nashville si trasferì sulla costa occidentale, a San Francisco, dove Leo Kottke, per cui apriva i concerti, gli procurò un contratto con la MCA.
Le canzoni del nuovo disco, Slug Line, erano belle ed energiche, lucide ed asciutte, e non mancavano le intense ballate soul, che sarebbero diventate la sua cifra stilistica. I Neville Brothers fecero una magnifica cover di Washable Ink, mentre un’altra canzone finì in American Gigolò. Nel 1980 uscì il film Cruising di William Friedklin, un torbido noir poliziesco con Al Pacino, ambientato nel mondo gay di NYC, con una colonna sonora notevole, in cui facevano bella mostra alcuni brani dei Mink DeVille, Germs e Mutiny. Una potente canzone dark, Spy Boy, era di John Hiatt, mentre un’altra sul nuovo Two Bit Monster si intitolava I Spy (For The FBI). Due canzoni, It Hasn’t Happened Yet e I Look For Love, vennero registrata da Rosanne Cash, la figlia di Johnny Cash, che l’anno successivo fece anche Pink Bedroom. La Cash era cognata di Nick Lowe (che ne aveva sposato la sorella Carlene Carter), e la situazione mise Hiatt in contatto con Nick, che fra l’altro era il produttore di Costello. Nick produsse per Hiatt la seconda facciata dello splendido Riding With The King, registrata a Londra con i Rockpile, uno scintillante disco di soul bianco che John canta con una magnifica voce da nero. La title track verrà addirittura ripresa in un duetto da B.B. King con Eric Clapton. Non male per un bianco dell’Indiana che scrive ballate.
Nel successivo Warming Up to the Ice Age, Hiatt duettava con Elvis Costello. Registrò un duetto anche con Rosanne Cash, The Way We Make a Broken Heart, ma la Geffen non lo fece uscire, ed anzi lo scaricò sciogliendo il contratto. Era la terza casa discografica a licenziarlo. La Cash registrò la canzone per sé, arrivando al numero uno della classifica country.
Confuso, deluso, schiavo della vodka e della cocaina, Hiatt lasciò la casa di Topanga Valley, Los Angeles, abbandonando la moglie con una figlia Lily di un anno, per andarsene in giro ad autodistruggersi su una Camaro nera, in compagnia di una ragazza olandese. In quei giorni anche il suo analista lo liquidò: “Mi disse che non poteva fare niente per me, che ero un drogato e avevo bisogno di una comunità”.
La moglie Isabella si suicidò, lasciandolo solo ad allevare Lily. Un’esperienza tragica che lo forzò a ripulirsi da alcool e droghe. Fu il primo tour affrontato da sobrio, un’esperienza che Hiatt descrisse come terrorizzante.
Hiatt aveva sempre scritto delle splendide canzoni, ma quelle che scrisse in quei giorni erano speciali. Intime, profonde, biografiche, toccanti. Nick Lowe gli procurò trentamila dollari dalla britannica Demon Records di Jake Riviera per registrare un disco. Arrivò Ry Cooder, uno dei migliori chitarristi americani, che aveva eseguito Across The Borderline di Hiatt per il film The Border, e nella band del quale Hiatt aveva suonato a Los Angeles, e portò il mitico batterista Jim Keltner. Con quella cifra la band poteva permettersi di pagare soli quattro giorni di affitto degli Ocean Way Studios. Registrarono una dietro l’altra dieci canzoni, che finirono tutte in Bring The Family. Il suono era sincero, essenziale, puro, le canzoni mostravano l’anima senza trucchi né belletto né arrangiamenti, la voce era drammatica e profonda. Semplicemente un capolavoro, che finalmente fu premiato anche dal mercato americano. Quattro canzoni del disco conobbero cover di molti artisti, fra cui soprattutto Have A Little Faith In Me, che in America divenne una specie di inno non ufficiale dei matrimoni: “Potessi avere un dollaro per ogni volta che qualcuno mi ha detto che quella canzone è stata suonata al suo matrimonio, sarei un uomo ricco”. 
Quattro anni dopo quel quartetto si sarebbe ricreato per fondare un gruppo, i Little Village, per un tour ed un disco, che però non funzionarono. Pare che i quattro non andassero più d'accordo.
Il periodo magico durò per una trilogia di dischi, i suoi migliori, che proseguì nello stile asciutto, intenso ed autobiografico di Bring The Family con Slow Turning e Stolen Moments. Grandi canzoni, intense, sincere ed al tempo con un background di letteratura americana. In Stolen Moments si respirava una nuova tranquillità, momenti rubati di felicità. La canzone Georgia Rae era dedicato alla nuova moglie.
«Devo iniziare a trasformare quello che rimasto congelato per anni, in un fiume di lacrime?» 

Un duro dall’animo fragile, un artista unico, un songwriter sopraffino e di culto. Un piccolo grande eroe laureato del rock’n’roll. I dischi successivi proseguirono con con un robusto mix di rock del sud, soul nero e canzoni d’autore. Più che gli album, si ricordano canzoni come Perfectly Good Guitar, I’ll Never Get Over You, Native Son, I Can’t Wait, Graduated. Bob Dylan, Bruce Springsteen, Willie Nelson e Willy DeVille cantarono le sue canzoni, Bonnie Raitt andò in classifica con la sua Thing Called Love, e fece un duetto in I Can’t Wait.

Negli anni duemila, Hiatt cedette un po’ il passo, registrando dischi di cui vendeva i diritti a label indipendenti, per guadagnare il denaro per registrare il lavoro successivo. Ora abitava in un ranch in Tennessee, e gli ultimi dischi erano orientati alle radici del rock americano, blues, folk ed ancora, di quando in quando, qualche ballata commovente. Non c’era più traccia del soul di cui era stato maestro. In Master Of Disaster era prodotto dal mitico Jim Dickinson dei Muscle Shoals Studios, ed accompagnato dai The North Mississippi All-Stars dei suoi figli Luther e Cody.
E la figlia Lily è diventata una musicista.


(tratto da Long Playing, una storia del rock, lato B: il ritorno del Rock) di Blue Bottazzi - in uscita © 2016

lunedì 21 novembre 2016

Long Playing: Nick Cave


Nick è il sofferente, tormentato, disturbato, irrequieto, rissoso poeta del lato oscuro del rock’n’roll. Figlio illegittimo di Leonard Cohen. Elvis dell’universo parallelo. Al pari di Cohen, Nick non è nativo della terra del rock: canadese è il padrino, autraliano il figlioccio. Improbabile punk della terra dei canguri, cui è sopravvissuto con l’aiuto della letteratura, da Dostoevskij a Samuel Beckett, e, aimè, delle droghe. Cowboy cinematografico da film noir, riflesso del bandito locale Ned Kelly.
Il suo ego lo trasportò in modo naturale dal ruolo di corista della chiesa anglicana a quello di cantante della band della scuola, il gruppo che sarebbe divenuto The Boys Next Door, i ragazzi della porta accanto, di cui faceva già parte il suo partner musicale di una vita, Mick Harvey, il figlio del pastore. Nei negozi d’importazione di Melbourne erano arrivati i dischi dei Sex Pistols e dei Ramones (ma anche Stooges e New York Dolls), a suggerire al gruppo quale musica suonare. I Boys Next Door si impegnarono a fondo per guadagnarsi una reputazione punk, ai limiti della legalità. Il giorno in cui il padre moriva in un incidente automobilistico, Cave era in arresto per ubriachezza molesta. O forse era il contrario: i Boys Next Door erano punk per procurarsi un'ancora di salvezza dalla propria asocialità.
In quei giorni lontani Nick si innamorò della sua musa, la rossa Anita Lane. Nonostante l’atteggiamento disfattista e l’abuso di alcool e sostanze, il gruppo riuscì a divenire professionista. Suonavano concerti, facevano da spalla ai gruppi inglesi in tour, e registravano dischi per un’etichetta indipendente con sede in un negozio di dischi.
Quando la scena musicale di Melbourne cominciò ad andar loro stretta, il gruppo si scoprì in un cul de sac. Un gruppo punk australiano, i Saints, era riuscito a portare un disco nelle classifiche inglesi. Il piano fu di emigrare nella terra promessa del punk, compiendo a ritroso la strada dei padri. Con quel progetto in mente, Cave, Mick Harvey, Rowland Howard (chitarrista e coautore del materiale) e compagnia, risparmiarono ogni penny di un anno di concerti e nel ’79 decollarono dall’Australia.
Ma quando raggiunsero Londra, ciò che trovarono si rivelò lontano dalle aspettative. Il punk era morto, e a farla da padrone erano la disco music, i gruppi neo romantici armati di sintetizzatori e le canzonette da classifica come quelle dei Wham di George Michael. Quello era il genere musicale che suonava nei club e che le case discografiche pretendevano. L’unico gruppo in città che generò in loro una certa empatia furono i Joy Division di Ian Curtis (che in quei giorni sarebbe arrivato al passo estremo del suicidio).
Per sopravvivere nella metropoli, i ragazzi dovettero adattarsi a modesti lavori manuali. Ma alla fine l’occasione di qualche show si materializzò, e Nick ebbe l’occasione di colpire il pubblico con l'esuberanza della sua energia live, l’avanti indietro sul palco, i salti, le piroette, il rotolarsi sul pavimento e tutto il resto del repertorio - in parte mutuato da Iggy Pop.
Per dare un segnale di rinnovamento anche a sé stessi, i “ragazzi della porta accanto” mutarono il nome in Birthday Party.


Non c’era un gran che di australiano nella loro immagine: lo stile era un punk sguaiato, gotico e oscuro. I testi di Cave, influenzato da Anita, si andavano facendo più complessi e letterari, mentre il suo aspetto alieno e disordinato gli donava un ché di giovane vampiro di New Orleans. Il punto di svolta per i Birthday Party fu entrare nelle grazie del disc jockey della BBC John Peel, che li invitò a registrare alcune canzoni che poi trasmise regolarmente in radio. Ottennero così un contratto discografico per una minuscola etichetta indipendente, che finanziò un disco e diede loro l’opportunità di intraprendere un tour, non solo in Inghilterra ma anche in Europa (in Italia suonarono al Piropiro di Imola). Arrivarono fino agli Stati Uniti, per suonare a New York e Chicago di fronte a qualche decina di spettatori. A New York strinsero amicizia con Lydia Lunch, attirata (artisticamente e sessualmente) dall’aspetto minaccioso di Nick. Nonostante un seguito di culto e recensioni incoraggianti, i Birthday Party non furono mai capaci di agguantare il successo. Alcool, droga e la mancanza di ogni disciplina professionale minarono le chance del gruppo, e alimentarono le tensioni fra i membri, in particolare fra Nick (che come cantante veniva acquisendo un ruolo di frontman) ed il chitarrista Roland Howard, autore di parte delle canzoni. Per la difficoltà di mantenersi nella costosa capitale inglese, il gruppo si trasferì a Berlino, in cerca di un’esperienza simile a quella che avevano vissuto alla fine degli anni settanta David Bowie ed Iggy Pop. Una delle ultime registrazioni prese il titolo di The Bad Seed, il seme cattivo. Quando Mick Harvey ne ebbe abbastanza e se ne andò, il gruppo onorò un ultimo tour australiano nell’83 e chiuse i battenti.
Prima di sciogliersi, i Birthday Party avevano firmato un contratto discografico con la Mute Records, che si trasferì al cantante. La sua prima iniziativa fu un evento di tre spettacoli a NYC e Washington D.C. assieme a Lydia Lunch e Marc Almond (dei Soft Cell). Uno show cacofonico ed atonale nello stile della scena No Wave. Poi Nick rintracciò Mick Harvey e assieme a lui ed al chitarrista Blixa Bargeld (degli Einstürzende Neubauten di Berlino, la città in cui vivevano) mise assieme un gruppo che lo accompagnasse, che in breve fu battezzato The Bad Seeds.
Il primo album venne registrato ai Trident di Londra e, da una canzone di cui aveva scritto i testi Anita Lane, prese il titolo di From Her To Eternity, “da lei all’eternità”. Anche se Anita partecipava ai cori del primo nucleo del gruppo, il rapporto fra i due era all’epilogo. Fu la prima di una serie di dolorose delusioni amorose immortalate nelle canzoni di Nick. From Her To Eternity divenne il tormento della sua perdita. Come manifesto, l’album di esordio si apriva con una versione apocalittica di Avalanche di Leonard Cohen. A cui fece seguito in ordine serrato una serie di splendidi dischi che costituisce una miniera di oscuri gioielli, un pozzo di classici underground, di orgasmo in musica. Abbandonata la sintassi punk, Nick ispirava le proprie sofferte ballate (spesso scritte a quattro mani con Harvey) al pop epico a la Gene Pitney, all’Elvis decadente di Las Vegas, al Johnny Cash più apocalittico, alla brutalità del blues e delle storie folk del Mississippi di Robert Johnson e John Lee Hooker. Nelle sue canzoni teatrali ricorrono temi biblici, gotici, letterari tanto quanto i blues del crossroad. Sul secondo album svettava Tupelo, un teso ritmo tribale dedicato a Presley.
Kicking Against the Pricks, un successivo disco composto di cover, era una dichiarazione delle proprie fonti, zeppo com’è di pezzi di Johnny Cash, Velvet Underground, Gene Pitney e blues oscuri.

Il suo stile di vita era bohémien: quando non era in tour con i Bad Seeds, Nick era chiuso nella propria cameretta di Berlino, una stanza tappezzata di immagini religiose e fotografie di donne nude e formose, a battere incessantemente sulla macchina per scrivere quello che sarebbe diventato il suo primo romanzo, scritto nello spazio di un intero lustro, il farneticante And the Ass Saw the Angel (E l’asina vide l’angelo). E a leggere la Bibbia per trarre ispirazione dalle storie del Vecchio Testamento, quando non era in giro sulle tracce di qualche spacciatore di eroina, nel modo che Lou Reed canta in Run Run Run.
Berlino aveva adottato i Bad Seeds, ma la prima ondata di popolarità al di fuori del giro ristretto del pubblico dei club fu loro offerta dal regista tedesco Wim Wenders, che nel film Il cielo sopra Berlino fa comparire il gruppo nella trama della storia d’amore fra l’angelo Damiel e la trapezista Marion. E nel film successivo, l’ambizioso Fino alla fine del mondo, si serve della loro canzone (I’ll Love You) Till The End Of The World. Evidentemente la musica di Cave ha un carattere molto cinematografico, perché da allora finì nella colonna sonora di innumerevoli film.
Nonostante fosse molto vicino a realizzare i propri obiettivi artistici e di notorietà, Cave sprofondava nelle sabbie mobili dell’eroina, e doveva solo alla buona sorte e ad una robusta costituzione il fatto di trovarsi ancora fra i vivi. In qualsiasi paese si trovasse, collezionava arresti che lo portavano vicino ad una detenzione in carcere, mentre la stampa, con cui era in pessimi rapporti, lo dipingeva (non ingiustamente) nel cliché del drogato. Per evitare l’arresto, accettò un periodo di disintossicazione, che diede risultati insperati.
Il tour del Brasile del ’90 lo fece innamorare della città di Sao Paulo e della bella giornalista Viviane Carneiro, che volle sposare. A Sao Paulo si stabilì per un paio d’anni, il tempo di generare il figlio primogenito. Due anni spesi comunque in lunghi tour in giro per il mondo, ed a registrare due dischi, di cui uno in California. Non aveva imparato il portoghese, e nonostante il fascino del paese sudamericano, non era riuscito ad integrarsi in un modo di vivere che trovava cieco alle sofferenze della parte povera della popolazione. A quel punto della sua vita con Viviane ed i figli Luke e Jethro, aveva il denaro per acquistare una casa a Londra. Con i Bad Seeds aveva già registrato sette album, tutti di qualità crescente, e quelli di maggior successo dovevano ancora arrivare. The Good Son conteneva le magnifiche The Weeping Song e The Ship Song. Henry’s Dream (prodotto dal David Briggs di Neil Young): Straight to You e Jack The Ripper. Let Love In, che forse di tutti è il capolavoro: Do You Love Me?, Nobody's Baby Now, Red Right Hand e I Let Love In.
Ballate oblique, sulla precarietà della situazione umana, la fragilità della felicità e la rapidità con cui il male si infiltra nella vita delle persone. Una canzone lasciata fuori da Let Love In, Henry Lee, era una murder song, un genere particolarmente confacente alla fantasia di Cave. Finì per costruirci attorno un intero album, particolarmente curato grazie ad un budget sostanzioso, che forte di un suono patinato ed orecchiabile, diventò il suo disco di maggiore successo. L’accattivante singolo Where The Wild Roses Grow, cantato in coppia con la cantante pop australiana Kylie Minogue, trascinò l’album nelle parti alte delle classifiche musicali di tutto il mondo. A detta di Nick, cantare un duetto con la Minogue era stata la sua ossessione per anni, realizzata alla fine con una canzone in cui il suo personaggio uccide quello di lei. Una cover di Bob Dylan, Death Is Not The End, era cantata in coppia con l’amico Shane MacGowan, il piccolo grande poeta irlandese (con cui aveva già condiviso altre canzoni fra cui una cover dello standard americano Wonderful World).


La canzone Henry Lee fu realizzata in duetto con la cantante inglese PJ Harvey, una sorta di Patti Smith dell’underground che nonostante una voce fragile era molto popolare fra i teenager. La Harvey non era priva di fascino, e Cave, per sua sfortuna lo subì, innamorandosi di lei. Un amore a fondo perduto, che sarebbe durato una stagione, ma che gli spezzò il cuore e gli ispirò quello che da molti è considerato il suo capolavoro, The Boatman’s Call. Un disco che Nick definisce il più personale fra tutti quelli da lui registrati. Un disco di canzoni d’amore, molto intimo, quasi un disco solista per pianoforte e voce. In quel disco non c’erano trucchi: le canzoni svelavano il suo cuore e la sua sofferenza senza trucchi, senza cerone, e senza adottare il filtro della letteratura e della metafora. Senza altro scopo che lasciare sgorgare l’ancestrale canto dell’anima. The Boatman's Call è un disco minimale, delicato, immediato. Suonato al pianoforte, con arrangiamenti minimi e con il minimo apporto della band. Un disco lirico, rassegnato ed immensamente malinconico. Le note si riducono a pochi tocchi sui tasti bianchi e neri del piano, una triste cantilena: “io non credo in un Dio interventista / ma se lo facessi dolcezza mi metterei in ginocchio e gli chiederei di non intervenire su di te / e se proprio sentisse di dover dirigerti, di dirigerti fra le mie braccia”
In People Ain’t No Good, la gente non è buona, Nick chiede all'amante perduta di mandare una dozzina di gigli bianchi al loro amore defunto.
Nella liturgica Bropton’s Oratory canta: “vorrei anch'io essere fatto di pietra / nessun Dio nel cielo, nessun diavolo nel mare poteva mettermi in ginocchio come hai fatto tu”. 
Canzoni in cui l’amore sacro e l’amore profano sembra confondersi in delirio: “c’era un uomo che diceva cose meravigliose, anche se non l'ho mai incontrato / disse chi cerca trova, bussate e vi sarà aperto. / Sei tu quella che ho sempre atteso?”
Where Do We Go Now But Nowhere è il ricordo di un carnevale a New Orleans: “in un albergo coloniale abbiamo scopato fino all'alba, e poi fino a notte ancora / il sole sorge e tramonta, ruotando all'infinito senza andare da nessuna parte / la gattina che giocava e mi faceva le fusa in grembo ora mi graffia sul viso con le unghie di un orso / ti porgo l'altra guancia e tu la colpisci”
Black Air è eseguita solo con l’accompagnamento di un harmonium, come una mesta confessione: “l’altra notte i miei baci sono andati a dei capelli neri / nel mio letto, la mia amante, i suoi capelli avevano il nero della mezzanotte / e il suo mistero stava nei capelli neri / ed i suoi capelli neri incorniciavano un viso felice fatto a cuore”.
Idiot Prayer è scandita dal ritmo cupo di una batteria: “una preghiera idiota di parole vuote / l’amore è cosa per gli uccelli / noi abbiamo quello che ci meritiamo, mia piccola colomba di neve, stanne pur certa”.
Far From Me si consuma sulle note di un organo che suona più gioioso del testo: “per te sono nato e per te sono cresciuto / per te ho vissuto e per te morirò / per te sto morendo adesso perché tu eri la mia piccola e pazza amante / in un mondo dove ognuno fotte l'altro tu sei così lontana da me”.
L’album si chiude con Green Eyes, un brano nero come la pece, giocato su un piano ubriaco, una chitarra messicana ed una fisarmonica: “baciami ancora / baciami ancora e baciami / infila le tue mani fredde sotto la mia camicia / a questo vecchio stronzo inutile con la sua figa scintillante non importa di farsi male / occhi verdi, occhi verdi”.

The Boatman’s Call è lo zenit della parabola di Cave. Passeranno quattro anni prima del seguito. Il furore viene diluito da ballate letterarie, di stampo romantico e dalla tinta pre-raffaelita. Quello che è ormai inevitabilmente perduto in ispirazione, viene sostituito dall’intensità dell’esecuzione. Dei Bad Seeds entra a far parte un folle violinista dall’aspetto biblico, Warren Ellis, che si conquista il posto di partner musicale della nuova fase di Cave, mentre un po’ alla volta ne escono, fisicamente, Blixa Bargeld e Mick Harvey. Un tentativo in estremis di tornare all’energia del punk con il side project dei Grinderman non funziona.
All’apice della popolarità Cave non disdegna di apparire come un Bryan Ferry nel patinato Push the Sky Away, sulla cui copertina fa bella mostra di sé nuda la modella Susie Bick, ora sua moglie e madre dei figli gemelli Arthur ed Earl.
Quando Arthur muore, a soli quindici anni, cadendo da una scogliera a Brighton, dove la famiglia si è spostata a vivere attirata dalla sua tranquillità in riva del mare, Cave sublima il dolore in Skeleton Tree, disco cupo e monolitico, dalla immobile tristezza.

(da Long Playing, una storia del rock, lato B: il ritorno del Rock) - in uscita © 2016


Il segreto dei concerti


When a man is tired of music, he is tired of life.
È la parafrasi di una celebre frase di Samuel Johnson. Una frase che tengo ben presente mentre invecchio, impaurito che i film, le canzoni, i concerti e tutto il resto mi piacciano meno di quanto mi siano piaciuti per tutta la vita. Se penso ai concerti che ho apprezzato negli ultimi due o tre anni, stanno sulle dita delle due mani, e qualche dito avanza.

È che dai concerti pretendo molto. Vedo fotografi che girano distratti. Persone che chiacchierano. Altri che bevono o riprendono con il telefono. Per me il concerto è sempre stato un trip, un viaggio, senza bisogno dell'aiuto di sostanze psicotrope, ma solo della musica. E non mi accontento di nulla di meno.
Me ne sono accorto da ragazzo: ad un certo punto il concerto decolla. La sala decolla, si stacca dal mondo. Non sono più seduto su una poltrona, non mi guardo più attorno, non vedo più le altre persone, non sono più cosciente di quello che succede. Mi alzo in volo sulle ali della musica, ne sono trascinato e sbattuto in cielo fino all'ultimo dei bis. Ben inteso non succede sempre. Anzi, non succede nemmeno spesso. Perché la musica è una magia, un magic spell, un incantesimo che bisogna essere capaci di recitare e che deve riuscire.
Non puoi fare nulla per farlo succedere; accade da sé o non succede. Come un'erezione, inutile metterci la volontà, viene da sé. Anche inaspettatamente. Di recente ero seduto comodamente all'Arcinboldi, ad ascoltare l'ultima incarnazione dei King Crimson, quella dell'orchestra di batterie. Apprezzavo l'occasione, la situazione, i brani e vivisezionavo lo stile, gli arrangiamenti, l'apparente freddezza della mancanza di improvvisazione. Quando all'improvviso (e inaspettatamente) la musica mi ha preso, mi ha sollevato, mi ha cancellato i pensieri e mi ha portato ad un piano di sensibilità superiore. Non credevo sarebbe successo, ma ero lì, e la musica scorreva in me, le chitarre, il sax, l'esercito di batterie, le canzoni. È un po' come un orgasmo, ma dura più a lungo.


domenica 13 novembre 2016

Wilco a Milano al Fabrique, recensione in diretta


Se non è arte concettuale questa: riporto la recensione scritta su iPhone e pubblicata in diretta su FaceBook, nel corso del concerto dei Wilco. Solo qualche parola aggiunta, per completezza, mentre copio e incollo...  ;-) 

Il Fabrique è decisamente un buon posto per ascoltare musica dal vivo (ma non per bere birra). Jeff Tweedy mi sembra una brava persona, ma i Wilco del dopo Jay Bennet più che un gruppo autonomo sono diventati, con tutta evidenza, la sua backin' band.
La scenografia ha un fascino, un bosco bucolico ricreato sul palco. L'acustica è ottima, i musicisti suonano molto bene, è come sentirli su disco. E infatti forse mi domando perché non sono rimasto a casa ad ascoltarli su un disco. Credo che la risposta abbia a che fare con la mia curiosità, e con il fatto che mi trovavo da queste parti per incontrare Zambo e Marco Denti.
Sono al concerto solo, senza fidanzata, per cui le coppie abbracciate che si baciano mi stanno un po' sulle palle. In ogni caso, tutti (i nati negli anni '80) si stanno divertendo e godendo la serata. Ci sono un sacco di americani (che più che altro chiacchierano). C'è chi riprende le canzoni con il cellulare, mi domando per mostrarle a chi... In ogni caso è evidente che la band è molto amata. Jeff poi è molto carino e concede al pubblico praticamente tutte le canzoni più note.
Il mio turno di divertirmi arriva sul secondo bis, quando la band intona California Stars, per cui non ho alcuna ragione di lamentarmi.

That's all, folks.





giovedì 27 ottobre 2016

King Crimson > Radical Action


I King Crimson sono la più intellettuale delle band britanniche. La rivista Allaboutjazz ha definito  Robert Fripp il Miles Davis del rock, e ci sono buoni motivi per essere d'accordo. Pur avendo coperto nel loro lungo cammino praticamente tutta la storia del rock inglese, o poco ci manca, non sono un gruppo di revivalisti, e si sono sottratti alla regola aurea che la creatività dura dieci anni, per merito di un susseguirsi di resurrrezioni dalle proprie ceneri, come la mitica fenice.
Almeno quattro sono state le incarnazioni del Re Cremisi (nome che, non a caso, si riferisce all'infamato principe delle tenebre). Quella seminale con cui la band ha dettato le regole del progressive sinfonico, quella jazz non jazz elettrica, quella new wave del quartetto dei Discipline, quella post industriale della dura chitarra elettrica di Fripp. A cui vanno aggiunti questi inaspettati King Crimson Mark V, on the road ormai da tre anni.
Inaspettati perché era da un decennio che il mercuriale Fripp, induscusso padre padrone, dava il marchio di fabbrica archiviato per sempre. Ma poi è successo qualcosa, di inaspettato appunto, sotto forma dell'incontro con Jakko Jakszyk, cantante e leader di una tribute band dei KC. A logica, la persona più lontana dalla filosofia di Fripp, nemico giurato della nostalgia e del revival. Ma nei fatti Jakko è stato in grado di mostrare a Fripp il valore della storia della band, e l'importanza nel cuore dei tanti estimatori ancora sparsi per i cinque continenti. Tanto da indurlo a far pace con il proprio passato, conducendolo non solo a riprenderne le fila, ma, per la prima volta, a riconsiderare l'intero repertorio come un tutt'uno ancora vivo e vegeto.

La formazione convocata per il ritorno sui palchi è singolare. Il cuore pulsante è rappresentato dalla presenza di ben tre batteristi (che, come ha scritto scherzando un fan, assieme fanno un Bill Bruford - ormai ritiratosi dalle scene). Pat Mastellotto è l'arrangiatore ed il mastro di cerimonia. Gavin Harrison faceva parte dei Porcupine Tree. Jeremy Stacey in realtà suona anche le tastiere, contribuendo a recuperare il mellotron che tanto a lungo ha caratterizzato il suono del gruppo.
Mel Collins è il sassofonista, presente sin dal lontano 1970. Fripp è la primadonna (che si infuria se qualcuno del pubblico osa esibire uno smartphone durante lo show, al punto di minacciare di lasciare il palco e di ritirarsi a vita privata).
Jakko Jakszyk è il Jolly, a cui va il merito del ritorno. Dotato di indubbio talento, non è il migliore cantante che il gruppo abbia avuto; o meglio, canta molto bene, e riesce ad adattarsi senza danni a tutto il repertorio. Solo i più noiosi fra i critici potrebbero obbiettare che difetta della personalità dei suoi predecessori, cosa che può essere ribadita anche per il suo stile alla chitarra elettrica. Ma il suo merito non va ascritto al suo talento, ma al fatto di rappresentare il catalizzatore di questi KC olistici.
Pochi anni fa è stato l'autore di un album attribuito ai King Crimson ProjeKct, dal titolo A Scarcity Of Miracles, in cui eccedeva di sciroppo ma recuperava l'elemento melodico assente da tempo nel sound della band. Un album il cui livello non arrivava ad entrare di diritto nella discografia della prima squadra, ma che ha costituito la scintilla del ritorno del gruppo.

I tre batteristi e le due chitarre elettriche conferiscono al suono live una potenza, una profondità, una tridimensionalità senza precedenti, che fanno scintillare tutto il repertorio come mai prima. Da questo punto di vista questi King Crimson Mark V possono fregiarsi del titolo di migliore incarnazione di sempre della band - non come creatività ma come potenza di fuoco. Il gioco delle batterie evoca nella mia memoria il drumming del grande Jake Liebezeit dei Can, ed anche suggestioni orchestrali, senza cadere nel pacchiano o nel sopra le righe. A tutt'oggi questa magia è stata rappresentata da più di una testimonianza, fra cui spicca questo triplo CD registrato dal vivo nel tour del 2015, in particolare in Giappone, ed una versione ridotta registrata nel 2014 a San Francisco, Live At The Orpheum.
Il repertorio è una "sublime ricapitolazione", da In The Court Of Crimson King del 1969 a Scarcity Of Miracle del nuovo millennio. Manca solo la trilogia di Discipline, che in effetti rappresenta uno spin off new wave (per quanto mai abbastanza rimpianto) dal percorso della band.
Ogni brano è dato al suo meglio, e gli strumentali industriali delle chitarre elettriche si alternano con sapienza alle canzoni melodiche. Forse a sorpresa, lo zenit si raggiunge nel repertorio di Island, in brani come The Letter e Sailor's Tale, e ancora più sorprendentemente in Peace e Pictures Of A City da In The Wake Of Poseidon - probabilmente perché i dischi originali avevano sofferto di un gruppo meno potente. Da questo punto di vista si prende una bella rivincita anche The ConstruKction of Light. Irresistibili, ma come si poteva dubitarne, Starless e Epitaph (quest'ultima l'unica in cui la voce di Jakko non può non far rimpiangere  la potenza dell'ugola di Greg Lake, il Roy Orbison inglese). E l'assolo di sax di Mel Collins in 21st Century Schizoid Man è adrenalinico.

Insomma, questo è un disco importante. Come un disco jazz di Miles, appunto. Non a caso quello di Bob Fripp l'ho sempre definito un jazz non jazz: "non jazz" perché non è swing (e nemmeno fusion), jazz per il modo con cui il gruppo è libero di interpretare le melodie.
Radical Action è un capitolo essenziale per tutti i fan dei King Crimson. Ai curiosi, suggerirei il compendio di Live At The Orpheum. Per me, spero che questi KC vivano ancora a lungo sui palchi di tutto il mondo; e che non cerchino mai di realizzare un disco in studio di nuovo materiale.





domenica 9 ottobre 2016

VDGG Do Not Disturb


Do Not Disturb è un disco anacronistico. Un disco che sa di anni '70. Il che fa parte del gioco, naturalmente. Per una serie di motivi.
Motivo numero 1: perché i VDGG sono un gruppo degli anni settanta.
Numero 2: perché i tre musicisti vivono la seconda metà della loro sesta decade. Lo stesso Hammill ha ammesso di non ascoltare molta (o affatto) musica altrui, negli ultimi anni. Il che lo pone in una specie di bolla temporale.
Numero 3: perché anche per il gruppo Do Not Disturb è un capitolo particolare.
Già questi VDGG Mk III si erano rimessi assieme all'inizio del nuovo millennio dopo che i musicisti si erano resi conto di incontrarsi ormai troppo spesso in occasione dei funerali. “Ora o mai più” avevano pensato. Nel 2005, poi, il gruppo si era ridotto ad un trio, dopo aver perso il sassofonista David Jackson, la persona che più si avvicinava ad un secondo leader della formazione. Questa reincarnazione dei VDGG si sarebbe dimostrata, a sorpresa, la più longeva di tutte.

Nel raccogliere le idee per Do Not Disturb, Peter Hammill ha realizzato che, per motivi anagrafici, c'è una possibilità che ogni album possa essere l'ultimo. E così ha cominciato ad lavorare ad un possibile capitolo conclusivo di una storia tanto leggendaria.
I testi sono tutti rivolti al passato, al ricordo se non al rimpianto. Ma lo sono anche le musiche e le atmosfere: mentre i recenti lavori del trio, Trisector e ancora di più A Grounding In Numbers, si sforzavano di costruire un suono in qualche modo contemporaneo, che appoggiandosi alle tastiere di Hugh Banton non facesse percepire troppo la mancanza del sax di Jaxon (impresa titanica), Do Not Disturb vive nel passato. In effetti pare proprio il seguito naturale di World Record, del 1976, più di qualsiasi altra cosa registrata nel frattempo. Questo è una buona ragione per comprendere com'è che il disco sia stato presentato con tanto entusiasmo da Hammill, e accolto con pari entusiasmo dai fan.

Ma al netto di ogni premessa, desiderio, speranza, com'è davvero DND nella lunga e leggendaria storia dei Van Der Graaf Generator?
Un disco tanto difficile quanto intrigante. I VDGG non sono tagliati per il successo: se DND può essere il loro commiato, non è stato realizzato per lasciarsi ascoltare da chi la band non l'ha voluta udire (ed amare) in tutti questi anni.
Il disco è un labirinto oscuro di magia nera, nei suoi momenti migliori un criptico gioiello di musica gotica. Lirico come World Record, complicato e stregato come Pawn Hearts.
Già la registrazione: non c'è il suono moderno, l'apertura dinamica dei dischi del duemila. Al contrario è tanto essenziale quanto chiusa e claustrofobica, non rifinita. Si avverte spesso la necessità di aggrapparsi ad un sax, ad un violino, che aiuti l'ascoltatore: niente, al massimo ad aiuto dell'organo di Banton intervengono la chitarra elettrica o una fisarmonica. Qualche coro, un tappeto di tastiere, ritmi dispari. Non è musica per principianti, né da ascoltare in auto.
È un viaggio, un maelstrom sonoro, un signore degli anelli (il libro, non il film) che si dipana per nove lunghe tracce per la durata complessiva di un'ora (sul vinile due brani sono tagliati), un incantesimo che vive dal tramonto all'alba. Un disco fuori dal tempo e fuori dalle mappe tracciate.

È inutile descrivere i brani uno per uno, giacché sono tutti elementi di un solo percorso (tranne forse l'orecchiabile Alfa Berlina, dedicata all'auto con cui il tour manager italiano Maurizio Salvadori portava a spasso il gruppo nei tour dei primi anni settanta; una canzone che potrebbe passare in radio). Un percorso che cresce dall'apertura di Aloft fino alle canzoni finali, le più intense, ed il commiato di Go: “in the end it's all behind you / it's time to let go”.
È un peccato che non sia stato compiuto lo sforzo di produzione di farne una suite unica senza soluzione di continuo.

Alla fine della storia, ancora una volta un disco per pochi, come per pochi è stata e rimarranno i Van Der Graaf Generator.


P.S. su Peter Hammill ed i VDGG sono autore di un sito, intitolato PH VDGG. Per chi è curioso di saperne di più. 

sabato 1 ottobre 2016

L'autobiografia di Springsteen, Nato per Correre


Era il 1980 quando ho letto un libro intitolato Born to Run. Era la prima biografia di Springsteen e l'autore era Dave Marsh, il giornalista di Rolling Stone. Come sua abitudine inveterata, Bruce gli ha copiato il titolo. Che d'altra parte Marsh aveva indubbiamente copiato a lui.
L'incipit, le prime cinque pagine, sono grandi. Praticamente una canzone di Greetings. Da farmi pentire di non aver acquistato l'edizione inglese; non perché quella italiana non sia ben tradotta (la è), ma perché così mi sarebbe parso ancora di più un album di canzoni.
Ma dopo molte ore passate incollato alle pagine, mi sono sorpreso a saltare i paragrafi (specie quelli sulla famiglia; dopo tutto ognuno ha la sua).
L'impressione è che l'epopea del Boss, del grande sacerdote del RnR, sia alla fine un po' la storia di un ragazzo di campagna. Born To Run non è intellettuale ed enigmatico come Chronicles (l'autobiografia di Dylan), non ha il furore artistico di Just Kids (quella di Patti smith). È una storia semplice, in cui Bruce racconta quello che sappiamo già, specie i primi anni. I segreti rimangono segreti. Gli anni novanta restano nell'oscurità. Per quello che speravo, Bruce parla poco di dischi (tranne i primi) e di canzoni, poco o niente degli altri musicisti che ha incontrato lungo la strada, e alla fine la lettura si fa un po' piatta. È tutto qui? Il musicista che ci ha mostrato il rock'n'roll, e che per un decennio buono è stato la nostra bussola musicale, i nostri Beatles e Rolling Stones?

Forse il segreto di Bruce Springsteen e la E Street Band è tutto lì: che non c'è segreto. Un paio di passaggi raccontano la storia:

“Ci sono artisti dei quali adoro l'aura misteriosa, ma noi non siamo così. Vogliamo essere comprensibili ed accessibili, come una band locale ma su scala mondiale”. 

“Il prato era un oceano di sorrisi e corpi che ondeggiavano. Anch'io so farlo, pensai, anch'io so regalare questa felicità, questi sorrisi. Tornato a casa, chiamai la E Street Band”. 

È tutto, folks!

lunedì 26 settembre 2016

In una stanza di fantasmi: Ian Hunter & the Rant Band, Finger Crossed


You Can Never Go Back, Yesterday's Gone, You Can't Live In The Past 

Il rock degli anni duemila è nostalgia. Non è lo specchio di questo mondo, tanto meno la sua colonna sonora. È nostalgia di un mondo ottimista, di una musica fantasiosa. Nostalgia di noi da giovani. Nostalgia di artisti leggendari e di dischi magnifici.

My brother's says you're better than the Beatles and the Stones, Saturday Night 'til Sunday Morning you turned us into heroes, Dandy, you're the prettiest star...  

Io sono stato svezzato dal glam rock. Il Bowie di Ziggy Stardust, PinUps e Jean Genie. Lou Reed di Transformer. Gli Stones di It's Only Rock'n'roll. Lessi per la prima volta dei Mott The Hoople sulle pagine di Ciao 2001. Era una corrispondenza da Londra, forse di Michael Pergolani, ricordo la frase: “... e lei che mi prendeva in giro perché a me piacevano i King Crimson”. Erano una lucida band di RnR, fu capita da un pubblico ristretto, ma molte loro canzoni sono capolavori. Il disco migliore dove recuperarli è Mott Live (il doppio CD, perché il vinile originale era troppo avaro di brani).
Gli album solisti di Ian Hunter, che dei Mott era il cantante, erano leggendari. Un cross over fra Stones e Dylan, le ballate di Ian Hunter (1975), All American Alien Boy (1976), You're Never Alone with a Schizophrenic (1979), il doppio live Welcome to the Club (1980), Short Back 'n' Sides (1981) con i Clash, All of the Good Ones Are Taken (1983) con la E street, sono da brivido.
Da qualche anno ha messo assieme la Runt Band, un gruppo di drughi con cui gira i club per suonare il suo rock'n'roll (li abbiamo ascoltati anche all'Alcatraz a Milano). I suoi ultimi dischi sono di ottimo livello, ma nessuno tanto quanto questo Finger Crossed.

I am standing in a roomfull of ghosts, turntables spinning round 

Finger Crossed è un disco di nostalgia. Un'apologia dell'epopea del glam rock. Non un disco lagnoso, ma una sano e solido disco rock, magari di rimpianto, ma senza pianti. Ian Hunter è al cospetto dei fantasmi degli artisti che ha amato, e che ancora oggi celebra nei bis di ogni concerto che esegue: David Bowie e Lou Reed. Dandy è una gioiosa ballata su quello che significava Bowie per lui, per i ragazzi, per me. Ma tutto il disco racconta degli anni maiuscoli del rock. E lo fa con grandi canzoni, che alla fine è quello che conta. In questo mi ricorda un altro recente grande tributo al glam rock, Modern Blues dei Waterboys (anno 2015) di Mike Scott, un altro cantante che è sul palco dagli anni settanta.

Almeno sei canzoni di Finger Crossed sono a livello delle cose migliori scritte da Hunter.
Dandy è il singolo dedicato a Bowie, e per la prima volta in anni ha trascinato in classifica un disco di Hunter.
Ghosts, sui fantasmi che circondano Hunter, e che circondano noi rockers, è un affilato rock dylaniano.
Finger Crossed è una gran ballata cantata da un pirata che ricorda tempi di leggenda.
White House un rock'n'roll felice su un futuro ancora da vivere.
You Can't Live In The Past un reggae lento da brivido, sciabolate di emozioni e di nostalgia.
Long Time un boogie per chiudere, i ricordi felici di un cattivo soggetto chiamato The Idiot.

Per me, un capolavoro. È solo rock'n'roll, è solo nostalgia, ma è la mia anima.