domenica 8 gennaio 2017

È arrivato un messaggio da Bowie




Il primo messaggio di Bowie dall'altro mondo... 

Here, there’s no music here
I’m lost in streams of sound
Here am I nowhere now?
No Plan
Wherever I may go
Just where
Just there
I am
All of the things that are my life
My desires
My beliefs
My moods
Here is my place without a plan
Here
Second avenue, just out of view1
Here
Is no traffic here?
No plan2
All the things that are my life
My moods
My beliefs
My desires
Me alone
Nothing to regret
This is no place, but here I am
This is not quite yet

mercoledì 21 dicembre 2016

Il meglio del 2016 (it's closing time)


Nell'opinione comune questo 2016 è stato un anno sfortunato, perché si è portato via una bella fetta dei nostri artisti* più amati. La realtà è che stanno scorrendo i titoli di coda: The End. Abbiamo una buona ragione per rattristarci, perché noi facciamo parte di questo film.
Il rock degli anni duemila è nostalgia. Non è più lo specchio di questo mondo, non ne è più la colonna sonora. I dischi che ascoltiamo, i concerti a cui assistiamo, sono le extra tracks. I bis, gli echi di quello che è stato: la musica e la cultura dei giovani della seconda metà del XX secolo, la musica che doveva cambiare il mondo, ed almeno gli ha dato colore.
La musica che accompagna questi titoli di coda è quella di Blackstar di Bowie.

Blackstar è in effetti il primo disco degli anni duemila, l'unico che mostra una discontinuità, una novità rispetto a quelli che ascoltavamo nel novecento. Purtroppo resterà anche un episodio isolato; il suo autore se n'è andato, e non mi pare che ci siano musicisti che se ne sono lasciati influenzare. Da come la vivo io, Blackstar chiude la storia del rock.
L'unico altro disco che quest'anno ci si avvicina, è Post Pop Depression di Iggy Pop. È curioso, perché si tratta di una specie di involontario omaggio a Bowie. Scrivo involontario perché è stato registrato quando non si poteva immaginare la sua morte. È un omaggio perché si ispira ai due dischi registrati da Iggy Pop e David Bowie nel periodo berlinese, The Idiot e Lust For Life, chiudendone la trilogia (Bowie e Pop avevano registrato un terzo disco, Blah blah blah nel 1986, ma non riuscito, e perciò da ignorare).
Ancora più bello, il disco dal vivo ricavato dal tour di Post Pop Depression, intitolato Post Pop Depression Live, che è anche il miglior live della carriera dell'ex Stooge.

Al di fuori di questi due (tre) album, ognuno ricavi i propri personali dischi preferiti di questo 2016, legati alle proprie personali nostalgie. Io potrei limitarmi a citare il disco finale di Leonard Cohen ed una trilogia di album newyorchesi vintage, da Dion, Darlene Love e Southside Johnny & The Asbury Jukes ed uno un po' meno vintage di Peter Wolf. C'è anche un omaggio, questa volta voluto, a Bowie ad opera del grande Ian Hunter, che gli ha dedicato la canzone Dandy, finita in classifica in UK, e l'album relativo, il migliore fra quelli, già belli, degli ultimi decenni.

Per quello che mi riguarda, la novità del mio 2016 è che mi sono convertito alla musica liquida. I dischi (in vinile) sono stati importanti in tutta la mia vita. I CD, quando sono arrivati, sono stati per me importanti quanto i long playing - anzi, li ho accolti a braccia aperte, perché un'altra mia passione è stata a lungo la tecnologia. Musica liquida significa che da quest'anno ascolto i dischi non infilandoli in un lettore, ma scegliendoli su Spotify, dal telefono o dall'iPad. Le canzoni calano dal web e tramite il wi-fi raggiungono l'impianto hi-fi nella stanza della musica, o un amplificatore Marshall disposto in un'altra stanza, su un altro piano. Posso anche scaricare un disco sull'iPhone, ed ascoltarlo in auto tramite la connessione bluetooth.
Preparare playlist è il nuovo registrare una C90 per l'auto.
Rispetto ai dischi, l'ascolto in streaming presenta differenze sostanziali, che condizionano l'ascolto e lo rendono un'esperienza piuttosto diversa. Per esempio, pago un (modesto) abbonamento e non ogni singolo disco. Il che si traduce nel fatto che sono più elastico e flessibile nel giudicarne la qualità rispetto a quando mi costavano del denaro. Ascoltare musica liquida mi riporta un po' ai tempi della Radio, quando la radio valeva la pena ascoltarla (Pop Off, Per Voi Giovani), con la differenza che questa volta i brani li scelgo io.
Difficilmente mi succede di lasciar suonare le stesse canzoni per giorni e giorni, come poteva capitare quando acquistavo un nuovo disco particolarmente bello. Avere a disposizione (quasi) tutti i dischi del mondo senza neppure fare la fatica di doverli cercare, rende molto più immediato cambiare musica, seguendo il flusso delle libere associazioni. In pratica, ascolto musica molto più varia, mentre ascolto meno ogni singolo disco.
Su Spotify mancano le note di copertina ed i testi. Entrambe le cose possono essere recuperate sul web, ma ne faccio meno un'abitudine di quando ascoltavo il disco nuovo con la copertina in mano. Siccome le abitudini sono difficili da perdere, ammetto di aver comunque acquistato un certo numero di compact disc, e qualche vinile. Perché? Non lo so bene. Alcuni artisti (pochi) non pubblicano il nuovo album su Spotify, ma solo un singolo. Se vuoi tutto il long playing, lo devi comprare in negozio. Per esempio, lo hanno fatto Lucinda Williams, Van Morrison ed i King Crimson. Neil Young invece si è arreso allo streaming, in attesa di proporre un servizio suo ad altissima definizione (una derivazione dell'idea di Pono).
Ma non ho acquistato solo questi, ma anche dischi che su Spotify ci sono. Per esempio Bowie, Iggy Pop, Cohen, Southside Johnny e molti altri. Perché? Forse per l'abitudine di tenere fisicamente in mano i miei dischi preferiti, forse per sdebitarmi verso l'artista pagandolo di più del poco che ricava dal servizio in streaming, forse infine per leggere i testi. Ma immagino si tratti solo di abituarsi alla transizione.

Continuo a pubblicare libri stampati. Li pubblico anche in formato e-book, ma al contrario delle mie previsioni, vendono meno di quelli tradizionali. Non esiste ancora un vero mercato per i libri digitali di musica rock, mentre al contrario esiste un mercato pirata di e-book, da cui, ovviamente, l'autore non ricava né euri né soddisfazioni. Non ho invece ancora aderito allo streaming dei libri digitali, cioè alla possibilità di lasciarli leggere a costo zero in cambio di un piccolo abbonamento; l'equivalente di Spotify per i libri. Mancanza di coerenza? Suppongo di sì.
Personalmente leggo molti e-book, perché sono più facili da reperire (leggo spesso biografie in inglese) e costano meno. Ma, ancora una volta, quando un libro mi piace davvero, dopo averlo letto su Kindle me lo vado a comperare di carta nel negozio di libri. Mi piace infilarlo in libreria di fianco ai suoi fratelli. Sono un uomo degli anni settanta, dopo tutto.


(*) R.I.P. David Bowie, Prince, Paul Kanter, Glenn Frey, Keith Emerson, Greg Lake, George Martin, Mose Allison, Leon Russell, Muhammad Ali, Guy Clark, Merle Haggard... 

P.S.: i dischi che mi sono piaciuti quest'anno: 

David Bowie: Blackstar
Iggy Pop: Post Pop Depression + Live
Ian Hunter & the Rant Band: Finger Crossed
Leonard Cohen: You Want It Darker
Peter Wolf: A Cure For Loneliness
Dion: New York Is My Home
Southside Johnny & The Asbury Jukes: Soultime!
Darlene Love: Forbidden Nights
King Crimson: Radical Action
Lucinda Williams: The Ghosts Of Highway 20
Santana IV

giovedì 15 dicembre 2016

Neil Young Peace Trail


Neil Young un tipo originale lo è sempre stato, anche da giovane, figuriamoci adesso che è vecchio e non ha certo bisogno di vendere dischi. Da anni la sua produzione si è fatta a dir poco eccentrica. Non ha più voglia il Neil di affilare le canzoni, abbellirle, arrangiarle, registrarle come si deve. Piuttosto, butta lì le canzoni una sull'altra, con tante parole e accordi un po' sempre quelli, le registra di corsa dal vivo in studio in pochi giorni, buona la prima e senza sovraincisioni, e li fa uscire tutti, i dischi che registra, fosse anche in una cabina del telefono, in una produzione che definire ridondante è poco.
Così ogni volta che esce un disco nuovo, bisogna capire se omologarlo come tale, o ignorarlo come esperimento. Il fascino non viene mai meno, ma a volte è dura.
Peace Trail non fa eccezione, registrato in quattro giorni o giù di li, dal vivo in studio in trio, con un grande Jim Keltner che in mancanza di istruzioni inventa il ritmo come un jazzista free. E sì, è un disco omologabile, il primo dopo Psychedelic Pills e Americana. Un paio di brani sono da scartare, ma la maggior parte sono affascinanti, le solite cavalcate elettriche sognanti di Young con le liriche battagliere come negli anni sessanta.
Lo ammetto, non mi dispiacerebbe che per una volta ci fosse un produttore, e che il disco venisse abbellito un poco come ai tempi di After The Gold Rush. Ma Neil Young è così, grezzo e da scoprire, e Peace Trail è molto piacevole, a lasciarlo correre sullo stereo di casa o dell'auto.

★★★★

Long may you run, Neil. 

The Rolling Stones Blue & Lonesome


Sono tempi incerti, sono tempi in cui il pubblico ha un gran bisogno di eroi. Di qualche nome solido, universale ed omologato a cui aggrapparsi come all'ultima spiaggia.  Ha bisogno di Rolling Stones, Springsteen, Pink Floyd, U2 da celebrare. Ha bisogno di VIP approvati dai media.
Il nuovo disco degli Stones ha mosso le acque come non faceva da tempo, in qualità di "disco del ritorno al blues", della "riscoperta delle radici"...
Già la copertina, da un gruppo che negli anni buoni se le faceva disegnare da Andy Warhol, si presenta malino, e decisamente contemporanea: più che blues, sembra l'icona di una app di iPhone.
Poi basta ascoltarlo, il disco: un suono fastidioso, una voce che strilla sempre sopra le righe, una band anonima, a parte la chitarra solista di Eric Clapton che si riconosce qua e la (pare che il vecchio manolenta stesse registrando nello studio accanto).
Oscuri blues suonati senza groove. Non c'è un brano che anche sforzandomi, io riesca ad ascoltare senza passare oltre con il telecomando dopo meno di un minuto.
Le considerazioni sono due. La prima è che non importa cosa suoni, ma come. Non è il blues che ti rende importante, o il folk degli Appalachi, o il jazz o la musica sinfonica. I Beach Boys erano pop ma non li batteva nessuno. Le canzoni sono belle o brutte a prescindere dal genere.
La seconda è che con Blue & Lonesome sono trentotto anni che gli Stones non registrano un bel disco. Ma non mancano mai di riempire gli stadi. Il pubblico ha un gran bisogno di eroi.

★ 

P.S.: vi do, a braccio, il titolo di qualche disco di blues bianco, o quasi, che mi piace ascoltare. Aggiungete i vostri...

  • I dischi degli Stones per la Decca / London
  • John Mayall, i dischi per la Decca, + Jazz Blues Fusion
  • Howlin Wolf London Sessions
  • Jimmy Page, Brian Auger e Sonny Boy Williamson
  • Eric Clapton Was Here
  • Peter Green Soho Sessions
  • The Original Animals Before We Were So Rudely... 
  • George Thorogood & the Destroyers, i primi due per la Rounder
  • Captain Beefheart Live In London
  • Kevin Coyne Marjory Razorblade Suite

...

lunedì 5 dicembre 2016

John Hiatt: il songwriter dei songwriter


“Non sono mai salito su un palco senza l’aiuto di cocaina o di alcool”

Il songwriter dei songwriter, è così che chiamano John Hiatt. Un musicista che ad una potente voce da nero aggiunge uno straordinario talento di autore. Le sue canzoni hanno conosciuto una innumerevole quantità di cover da un esercito di musicista, paragonabile come numero a quelle firmate da Bob Dylan, Lennon/McCartney o Randy Newman.
Classe 1952, di Indianapolis nel midwest, Hiatt crebbe con la sua dose di difficoltà. Un fratello suicida, un padre morto di malattia e qualche guaio passato per una Ford Thunderbird rubata. A undici anni, dopo aver ascoltato Stevie Wonder alla radio, perse ogni interesse per la scuola, lo studio, il baseball e tutto quello che in generale interessava i suoi coetanei, coltivando l’unico obiettivo di diventare un cantante di successo. Scrisse la prima canzone a dodici anni su una Gibson Lady Guitar del ’47, chiuso in una stanza di casa. A tredici anni cominciò a bere alcolici. Scoprì il blues vedendo i bianchi ed inglesi Yardbirds all’Ed Sullivan Show in TV. Iniziò a suonare nel giro dei club locali, fino a quando a diciott’anni, rendendosi conto della facilità con cui gli riusciva di scrivere canzoni, comprò un’auto usata e la guidò fino a Nashville.
A Nashville lavorò come autore per un salario di 25 dollari alla settimana. Scrisse almeno duecento canzoni, si mise a suonare con un gruppo chiamato The White Duke, e gli riuscì di firmare un contratto con la Epic. Con l’anticipo ricevuto per un singolo, registrò un intero album, dalle venature country, intitolato Hangin’ Around the Observatory. Né quel disco né il successivo ebbero successo, e anche se i Three Dogs Night registrarono una cover di Sure, I’m Sitting Here e Conway Titty fece Haevy Tears, la casa discografica lo scaricò.
Si entrava nella seconda metà degli anni settanta e l’America era sotto attacco: era giunta la seconda British Invasion, quella della new wave. Hiatt rimase colpito da This Year's Model di Elvis Costello, ed adeguò il proprio stile a quello nervoso e vivace dell’artista inglese. Da Nashville si trasferì sulla costa occidentale, a San Francisco, dove Leo Kottke, per cui apriva i concerti, gli procurò un contratto con la MCA.
Le canzoni del nuovo disco, Slug Line, erano belle ed energiche, lucide ed asciutte, e non mancavano le intense ballate soul, che sarebbero diventate la sua cifra stilistica. I Neville Brothers fecero una magnifica cover di Washable Ink, mentre un’altra canzone finì in American Gigolò. Nel 1980 uscì il film Cruising di William Friedklin, un torbido noir poliziesco con Al Pacino, ambientato nel mondo gay di NYC, con una colonna sonora notevole, in cui facevano bella mostra alcuni brani dei Mink DeVille, Germs e Mutiny. Una potente canzone dark, Spy Boy, era di John Hiatt, mentre un’altra sul nuovo Two Bit Monster si intitolava I Spy (For The FBI). Due canzoni, It Hasn’t Happened Yet e I Look For Love, vennero registrata da Rosanne Cash, la figlia di Johnny Cash, che l’anno successivo fece anche Pink Bedroom. La Cash era cognata di Nick Lowe (che ne aveva sposato la sorella Carlene Carter), e la situazione mise Hiatt in contatto con Nick, che fra l’altro era il produttore di Costello. Nick produsse per Hiatt la seconda facciata dello splendido Riding With The King, registrata a Londra con i Rockpile, uno scintillante disco di soul bianco che John canta con una magnifica voce da nero. La title track verrà addirittura ripresa in un duetto da B.B. King con Eric Clapton. Non male per un bianco dell’Indiana che scrive ballate.
Nel successivo Warming Up to the Ice Age, Hiatt duettava con Elvis Costello. Registrò un duetto anche con Rosanne Cash, The Way We Make a Broken Heart, ma la Geffen non lo fece uscire, ed anzi lo scaricò sciogliendo il contratto. Era la terza casa discografica a licenziarlo. La Cash registrò la canzone per sé, arrivando al numero uno della classifica country.
Confuso, deluso, schiavo della vodka e della cocaina, Hiatt lasciò la casa di Topanga Valley, Los Angeles, abbandonando la moglie con una figlia Lily di un anno, per andarsene in giro ad autodistruggersi su una Camaro nera, in compagnia di una ragazza olandese. In quei giorni anche il suo analista lo liquidò: “Mi disse che non poteva fare niente per me, che ero un drogato e avevo bisogno di una comunità”.
La moglie Isabella si suicidò, lasciandolo solo ad allevare Lily. Un’esperienza tragica che lo forzò a ripulirsi da alcool e droghe. Fu il primo tour affrontato da sobrio, un’esperienza che Hiatt descrisse come terrorizzante.
Hiatt aveva sempre scritto delle splendide canzoni, ma quelle che scrisse in quei giorni erano speciali. Intime, profonde, biografiche, toccanti. Nick Lowe gli procurò trentamila dollari dalla britannica Demon Records di Jake Riviera per registrare un disco. Arrivò Ry Cooder, uno dei migliori chitarristi americani, che aveva eseguito Across The Borderline di Hiatt per il film The Border, e nella band del quale Hiatt aveva suonato a Los Angeles, e portò il mitico batterista Jim Keltner. Con quella cifra la band poteva permettersi di pagare soli quattro giorni di affitto degli Ocean Way Studios. Registrarono una dietro l’altra dieci canzoni, che finirono tutte in Bring The Family. Il suono era sincero, essenziale, puro, le canzoni mostravano l’anima senza trucchi né belletto né arrangiamenti, la voce era drammatica e profonda. Semplicemente un capolavoro, che finalmente fu premiato anche dal mercato americano. Quattro canzoni del disco conobbero cover di molti artisti, fra cui soprattutto Have A Little Faith In Me, che in America divenne una specie di inno non ufficiale dei matrimoni: “Potessi avere un dollaro per ogni volta che qualcuno mi ha detto che quella canzone è stata suonata al suo matrimonio, sarei un uomo ricco”. 
Quattro anni dopo quel quartetto si sarebbe ricreato per fondare un gruppo, i Little Village, per un tour ed un disco, che però non funzionarono. Pare che i quattro non andassero più d'accordo.
Il periodo magico durò per una trilogia di dischi, i suoi migliori, che proseguì nello stile asciutto, intenso ed autobiografico di Bring The Family con Slow Turning e Stolen Moments. Grandi canzoni, intense, sincere ed al tempo con un background di letteratura americana. In Stolen Moments si respirava una nuova tranquillità, momenti rubati di felicità. La canzone Georgia Rae era dedicato alla nuova moglie.
«Devo iniziare a trasformare quello che rimasto congelato per anni, in un fiume di lacrime?» 

Un duro dall’animo fragile, un artista unico, un songwriter sopraffino e di culto. Un piccolo grande eroe laureato del rock’n’roll. I dischi successivi proseguirono con con un robusto mix di rock del sud, soul nero e canzoni d’autore. Più che gli album, si ricordano canzoni come Perfectly Good Guitar, I’ll Never Get Over You, Native Son, I Can’t Wait, Graduated. Bob Dylan, Bruce Springsteen, Willie Nelson e Willy DeVille cantarono le sue canzoni, Bonnie Raitt andò in classifica con la sua Thing Called Love, e fece un duetto in I Can’t Wait.

Negli anni duemila, Hiatt cedette un po’ il passo, registrando dischi di cui vendeva i diritti a label indipendenti, per guadagnare il denaro per registrare il lavoro successivo. Ora abitava in un ranch in Tennessee, e gli ultimi dischi erano orientati alle radici del rock americano, blues, folk ed ancora, di quando in quando, qualche ballata commovente. Non c’era più traccia del soul di cui era stato maestro. In Master Of Disaster era prodotto dal mitico Jim Dickinson dei Muscle Shoals Studios, ed accompagnato dai The North Mississippi All-Stars dei suoi figli Luther e Cody.
E la figlia Lily è diventata una musicista.


(tratto da Long Playing, una storia del rock, lato B: il ritorno del Rock) di Blue Bottazzi - in uscita © 2016

lunedì 21 novembre 2016

Long Playing: Nick Cave


Nick è il sofferente, tormentato, disturbato, irrequieto, rissoso poeta del lato oscuro del rock’n’roll. Figlio illegittimo di Leonard Cohen. Elvis dell’universo parallelo. Al pari di Cohen, Nick non è nativo della terra del rock: canadese è il padrino, autraliano il figlioccio. Improbabile punk della terra dei canguri, cui è sopravvissuto con l’aiuto della letteratura, da Dostoevskij a Samuel Beckett, e, aimè, delle droghe. Cowboy cinematografico da film noir, riflesso del bandito locale Ned Kelly.
Il suo ego lo trasportò in modo naturale dal ruolo di corista della chiesa anglicana a quello di cantante della band della scuola, il gruppo che sarebbe divenuto The Boys Next Door, i ragazzi della porta accanto, di cui faceva già parte il suo partner musicale di una vita, Mick Harvey, il figlio del pastore. Nei negozi d’importazione di Melbourne erano arrivati i dischi dei Sex Pistols e dei Ramones (ma anche Stooges e New York Dolls), a suggerire al gruppo quale musica suonare. I Boys Next Door si impegnarono a fondo per guadagnarsi una reputazione punk, ai limiti della legalità. Il giorno in cui il padre moriva in un incidente automobilistico, Cave era in arresto per ubriachezza molesta. O forse era il contrario: i Boys Next Door erano punk per procurarsi un'ancora di salvezza dalla propria asocialità.
In quei giorni lontani Nick si innamorò della sua musa, la rossa Anita Lane. Nonostante l’atteggiamento disfattista e l’abuso di alcool e sostanze, il gruppo riuscì a divenire professionista. Suonavano concerti, facevano da spalla ai gruppi inglesi in tour, e registravano dischi per un’etichetta indipendente con sede in un negozio di dischi.
Quando la scena musicale di Melbourne cominciò ad andar loro stretta, il gruppo si scoprì in un cul de sac. Un gruppo punk australiano, i Saints, era riuscito a portare un disco nelle classifiche inglesi. Il piano fu di emigrare nella terra promessa del punk, compiendo a ritroso la strada dei padri. Con quel progetto in mente, Cave, Mick Harvey, Rowland Howard (chitarrista e coautore del materiale) e compagnia, risparmiarono ogni penny di un anno di concerti e nel ’79 decollarono dall’Australia.
Ma quando raggiunsero Londra, ciò che trovarono si rivelò lontano dalle aspettative. Il punk era morto, e a farla da padrone erano la disco music, i gruppi neo romantici armati di sintetizzatori e le canzonette da classifica come quelle dei Wham di George Michael. Quello era il genere musicale che suonava nei club e che le case discografiche pretendevano. L’unico gruppo in città che generò in loro una certa empatia furono i Joy Division di Ian Curtis (che in quei giorni sarebbe arrivato al passo estremo del suicidio).
Per sopravvivere nella metropoli, i ragazzi dovettero adattarsi a modesti lavori manuali. Ma alla fine l’occasione di qualche show si materializzò, e Nick ebbe l’occasione di colpire il pubblico con l'esuberanza della sua energia live, l’avanti indietro sul palco, i salti, le piroette, il rotolarsi sul pavimento e tutto il resto del repertorio - in parte mutuato da Iggy Pop.
Per dare un segnale di rinnovamento anche a sé stessi, i “ragazzi della porta accanto” mutarono il nome in Birthday Party.


Non c’era un gran che di australiano nella loro immagine: lo stile era un punk sguaiato, gotico e oscuro. I testi di Cave, influenzato da Anita, si andavano facendo più complessi e letterari, mentre il suo aspetto alieno e disordinato gli donava un ché di giovane vampiro di New Orleans. Il punto di svolta per i Birthday Party fu entrare nelle grazie del disc jockey della BBC John Peel, che li invitò a registrare alcune canzoni che poi trasmise regolarmente in radio. Ottennero così un contratto discografico per una minuscola etichetta indipendente, che finanziò un disco e diede loro l’opportunità di intraprendere un tour, non solo in Inghilterra ma anche in Europa (in Italia suonarono al Piropiro di Imola). Arrivarono fino agli Stati Uniti, per suonare a New York e Chicago di fronte a qualche decina di spettatori. A New York strinsero amicizia con Lydia Lunch, attirata (artisticamente e sessualmente) dall’aspetto minaccioso di Nick. Nonostante un seguito di culto e recensioni incoraggianti, i Birthday Party non furono mai capaci di agguantare il successo. Alcool, droga e la mancanza di ogni disciplina professionale minarono le chance del gruppo, e alimentarono le tensioni fra i membri, in particolare fra Nick (che come cantante veniva acquisendo un ruolo di frontman) ed il chitarrista Roland Howard, autore di parte delle canzoni. Per la difficoltà di mantenersi nella costosa capitale inglese, il gruppo si trasferì a Berlino, in cerca di un’esperienza simile a quella che avevano vissuto alla fine degli anni settanta David Bowie ed Iggy Pop. Una delle ultime registrazioni prese il titolo di The Bad Seed, il seme cattivo. Quando Mick Harvey ne ebbe abbastanza e se ne andò, il gruppo onorò un ultimo tour australiano nell’83 e chiuse i battenti.
Prima di sciogliersi, i Birthday Party avevano firmato un contratto discografico con la Mute Records, che si trasferì al cantante. La sua prima iniziativa fu un evento di tre spettacoli a NYC e Washington D.C. assieme a Lydia Lunch e Marc Almond (dei Soft Cell). Uno show cacofonico ed atonale nello stile della scena No Wave. Poi Nick rintracciò Mick Harvey e assieme a lui ed al chitarrista Blixa Bargeld (degli Einstürzende Neubauten di Berlino, la città in cui vivevano) mise assieme un gruppo che lo accompagnasse, che in breve fu battezzato The Bad Seeds.
Il primo album venne registrato ai Trident di Londra e, da una canzone di cui aveva scritto i testi Anita Lane, prese il titolo di From Her To Eternity, “da lei all’eternità”. Anche se Anita partecipava ai cori del primo nucleo del gruppo, il rapporto fra i due era all’epilogo. Fu la prima di una serie di dolorose delusioni amorose immortalate nelle canzoni di Nick. From Her To Eternity divenne il tormento della sua perdita. Come manifesto, l’album di esordio si apriva con una versione apocalittica di Avalanche di Leonard Cohen. A cui fece seguito in ordine serrato una serie di splendidi dischi che costituisce una miniera di oscuri gioielli, un pozzo di classici underground, di orgasmo in musica. Abbandonata la sintassi punk, Nick ispirava le proprie sofferte ballate (spesso scritte a quattro mani con Harvey) al pop epico a la Gene Pitney, all’Elvis decadente di Las Vegas, al Johnny Cash più apocalittico, alla brutalità del blues e delle storie folk del Mississippi di Robert Johnson e John Lee Hooker. Nelle sue canzoni teatrali ricorrono temi biblici, gotici, letterari tanto quanto i blues del crossroad. Sul secondo album svettava Tupelo, un teso ritmo tribale dedicato a Presley.
Kicking Against the Pricks, un successivo disco composto di cover, era una dichiarazione delle proprie fonti, zeppo com’è di pezzi di Johnny Cash, Velvet Underground, Gene Pitney e blues oscuri.

Il suo stile di vita era bohémien: quando non era in tour con i Bad Seeds, Nick era chiuso nella propria cameretta di Berlino, una stanza tappezzata di immagini religiose e fotografie di donne nude e formose, a battere incessantemente sulla macchina per scrivere quello che sarebbe diventato il suo primo romanzo, scritto nello spazio di un intero lustro, il farneticante And the Ass Saw the Angel (E l’asina vide l’angelo). E a leggere la Bibbia per trarre ispirazione dalle storie del Vecchio Testamento, quando non era in giro sulle tracce di qualche spacciatore di eroina, nel modo che Lou Reed canta in Run Run Run.
Berlino aveva adottato i Bad Seeds, ma la prima ondata di popolarità al di fuori del giro ristretto del pubblico dei club fu loro offerta dal regista tedesco Wim Wenders, che nel film Il cielo sopra Berlino fa comparire il gruppo nella trama della storia d’amore fra l’angelo Damiel e la trapezista Marion. E nel film successivo, l’ambizioso Fino alla fine del mondo, si serve della loro canzone (I’ll Love You) Till The End Of The World. Evidentemente la musica di Cave ha un carattere molto cinematografico, perché da allora finì nella colonna sonora di innumerevoli film.
Nonostante fosse molto vicino a realizzare i propri obiettivi artistici e di notorietà, Cave sprofondava nelle sabbie mobili dell’eroina, e doveva solo alla buona sorte e ad una robusta costituzione il fatto di trovarsi ancora fra i vivi. In qualsiasi paese si trovasse, collezionava arresti che lo portavano vicino ad una detenzione in carcere, mentre la stampa, con cui era in pessimi rapporti, lo dipingeva (non ingiustamente) nel cliché del drogato. Per evitare l’arresto, accettò un periodo di disintossicazione, che diede risultati insperati.
Il tour del Brasile del ’90 lo fece innamorare della città di Sao Paulo e della bella giornalista Viviane Carneiro, che volle sposare. A Sao Paulo si stabilì per un paio d’anni, il tempo di generare il figlio primogenito. Due anni spesi comunque in lunghi tour in giro per il mondo, ed a registrare due dischi, di cui uno in California. Non aveva imparato il portoghese, e nonostante il fascino del paese sudamericano, non era riuscito ad integrarsi in un modo di vivere che trovava cieco alle sofferenze della parte povera della popolazione. A quel punto della sua vita con Viviane ed i figli Luke e Jethro, aveva il denaro per acquistare una casa a Londra. Con i Bad Seeds aveva già registrato sette album, tutti di qualità crescente, e quelli di maggior successo dovevano ancora arrivare. The Good Son conteneva le magnifiche The Weeping Song e The Ship Song. Henry’s Dream (prodotto dal David Briggs di Neil Young): Straight to You e Jack The Ripper. Let Love In, che forse di tutti è il capolavoro: Do You Love Me?, Nobody's Baby Now, Red Right Hand e I Let Love In.
Ballate oblique, sulla precarietà della situazione umana, la fragilità della felicità e la rapidità con cui il male si infiltra nella vita delle persone. Una canzone lasciata fuori da Let Love In, Henry Lee, era una murder song, un genere particolarmente confacente alla fantasia di Cave. Finì per costruirci attorno un intero album, particolarmente curato grazie ad un budget sostanzioso, che forte di un suono patinato ed orecchiabile, diventò il suo disco di maggiore successo. L’accattivante singolo Where The Wild Roses Grow, cantato in coppia con la cantante pop australiana Kylie Minogue, trascinò l’album nelle parti alte delle classifiche musicali di tutto il mondo. A detta di Nick, cantare un duetto con la Minogue era stata la sua ossessione per anni, realizzata alla fine con una canzone in cui il suo personaggio uccide quello di lei. Una cover di Bob Dylan, Death Is Not The End, era cantata in coppia con l’amico Shane MacGowan, il piccolo grande poeta irlandese (con cui aveva già condiviso altre canzoni fra cui una cover dello standard americano Wonderful World).


La canzone Henry Lee fu realizzata in duetto con la cantante inglese PJ Harvey, una sorta di Patti Smith dell’underground che nonostante una voce fragile era molto popolare fra i teenager. La Harvey non era priva di fascino, e Cave, per sua sfortuna lo subì, innamorandosi di lei. Un amore a fondo perduto, che sarebbe durato una stagione, ma che gli spezzò il cuore e gli ispirò quello che da molti è considerato il suo capolavoro, The Boatman’s Call. Un disco che Nick definisce il più personale fra tutti quelli da lui registrati. Un disco di canzoni d’amore, molto intimo, quasi un disco solista per pianoforte e voce. In quel disco non c’erano trucchi: le canzoni svelavano il suo cuore e la sua sofferenza senza trucchi, senza cerone, e senza adottare il filtro della letteratura e della metafora. Senza altro scopo che lasciare sgorgare l’ancestrale canto dell’anima. The Boatman's Call è un disco minimale, delicato, immediato. Suonato al pianoforte, con arrangiamenti minimi e con il minimo apporto della band. Un disco lirico, rassegnato ed immensamente malinconico. Le note si riducono a pochi tocchi sui tasti bianchi e neri del piano, una triste cantilena: “io non credo in un Dio interventista / ma se lo facessi dolcezza mi metterei in ginocchio e gli chiederei di non intervenire su di te / e se proprio sentisse di dover dirigerti, di dirigerti fra le mie braccia”
In People Ain’t No Good, la gente non è buona, Nick chiede all'amante perduta di mandare una dozzina di gigli bianchi al loro amore defunto.
Nella liturgica Bropton’s Oratory canta: “vorrei anch'io essere fatto di pietra / nessun Dio nel cielo, nessun diavolo nel mare poteva mettermi in ginocchio come hai fatto tu”. 
Canzoni in cui l’amore sacro e l’amore profano sembra confondersi in delirio: “c’era un uomo che diceva cose meravigliose, anche se non l'ho mai incontrato / disse chi cerca trova, bussate e vi sarà aperto. / Sei tu quella che ho sempre atteso?”
Where Do We Go Now But Nowhere è il ricordo di un carnevale a New Orleans: “in un albergo coloniale abbiamo scopato fino all'alba, e poi fino a notte ancora / il sole sorge e tramonta, ruotando all'infinito senza andare da nessuna parte / la gattina che giocava e mi faceva le fusa in grembo ora mi graffia sul viso con le unghie di un orso / ti porgo l'altra guancia e tu la colpisci”
Black Air è eseguita solo con l’accompagnamento di un harmonium, come una mesta confessione: “l’altra notte i miei baci sono andati a dei capelli neri / nel mio letto, la mia amante, i suoi capelli avevano il nero della mezzanotte / e il suo mistero stava nei capelli neri / ed i suoi capelli neri incorniciavano un viso felice fatto a cuore”.
Idiot Prayer è scandita dal ritmo cupo di una batteria: “una preghiera idiota di parole vuote / l’amore è cosa per gli uccelli / noi abbiamo quello che ci meritiamo, mia piccola colomba di neve, stanne pur certa”.
Far From Me si consuma sulle note di un organo che suona più gioioso del testo: “per te sono nato e per te sono cresciuto / per te ho vissuto e per te morirò / per te sto morendo adesso perché tu eri la mia piccola e pazza amante / in un mondo dove ognuno fotte l'altro tu sei così lontana da me”.
L’album si chiude con Green Eyes, un brano nero come la pece, giocato su un piano ubriaco, una chitarra messicana ed una fisarmonica: “baciami ancora / baciami ancora e baciami / infila le tue mani fredde sotto la mia camicia / a questo vecchio stronzo inutile con la sua figa scintillante non importa di farsi male / occhi verdi, occhi verdi”.

The Boatman’s Call è lo zenit della parabola di Cave. Passeranno quattro anni prima del seguito. Il furore viene diluito da ballate letterarie, di stampo romantico e dalla tinta pre-raffaelita. Quello che è ormai inevitabilmente perduto in ispirazione, viene sostituito dall’intensità dell’esecuzione. Dei Bad Seeds entra a far parte un folle violinista dall’aspetto biblico, Warren Ellis, che si conquista il posto di partner musicale della nuova fase di Cave, mentre un po’ alla volta ne escono, fisicamente, Blixa Bargeld e Mick Harvey. Un tentativo in estremis di tornare all’energia del punk con il side project dei Grinderman non funziona.
All’apice della popolarità Cave non disdegna di apparire come un Bryan Ferry nel patinato Push the Sky Away, sulla cui copertina fa bella mostra di sé nuda la modella Susie Bick, ora sua moglie e madre dei figli gemelli Arthur ed Earl.
Quando Arthur muore, a soli quindici anni, cadendo da una scogliera a Brighton, dove la famiglia si è spostata a vivere attirata dalla sua tranquillità in riva del mare, Cave sublima il dolore in Skeleton Tree, disco cupo e monolitico, dalla immobile tristezza.

(da Long Playing, una storia del rock, lato B: il ritorno del Rock) - in uscita © 2016


Il segreto dei concerti


When a man is tired of music, he is tired of life.
È la parafrasi di una celebre frase di Samuel Johnson. Una frase che tengo ben presente mentre invecchio, impaurito che i film, le canzoni, i concerti e tutto il resto mi piacciano meno di quanto mi siano piaciuti per tutta la vita. Se penso ai concerti che ho apprezzato negli ultimi due o tre anni, stanno sulle dita delle due mani, e qualche dito avanza.

È che dai concerti pretendo molto. Vedo fotografi che girano distratti. Persone che chiacchierano. Altri che bevono o riprendono con il telefono. Per me il concerto è sempre stato un trip, un viaggio, senza bisogno dell'aiuto di sostanze psicotrope, ma solo della musica. E non mi accontento di nulla di meno.
Me ne sono accorto da ragazzo: ad un certo punto il concerto decolla. La sala decolla, si stacca dal mondo. Non sono più seduto su una poltrona, non mi guardo più attorno, non vedo più le altre persone, non sono più cosciente di quello che succede. Mi alzo in volo sulle ali della musica, ne sono trascinato e sbattuto in cielo fino all'ultimo dei bis. Ben inteso non succede sempre. Anzi, non succede nemmeno spesso. Perché la musica è una magia, un magic spell, un incantesimo che bisogna essere capaci di recitare e che deve riuscire.
Non puoi fare nulla per farlo succedere; accade da sé o non succede. Come un'erezione, inutile metterci la volontà, viene da sé. Anche inaspettatamente. Di recente ero seduto comodamente all'Arcinboldi, ad ascoltare l'ultima incarnazione dei King Crimson, quella dell'orchestra di batterie. Apprezzavo l'occasione, la situazione, i brani e vivisezionavo lo stile, gli arrangiamenti, l'apparente freddezza della mancanza di improvvisazione. Quando all'improvviso (e inaspettatamente) la musica mi ha preso, mi ha sollevato, mi ha cancellato i pensieri e mi ha portato ad un piano di sensibilità superiore. Non credevo sarebbe successo, ma ero lì, e la musica scorreva in me, le chitarre, il sax, l'esercito di batterie, le canzoni. È un po' come un orgasmo, ma dura più a lungo.


domenica 13 novembre 2016

Wilco a Milano al Fabrique, recensione in diretta


Se non è arte concettuale questa: riporto la recensione scritta su iPhone e pubblicata in diretta su FaceBook, nel corso del concerto dei Wilco. Solo qualche parola aggiunta, per completezza, mentre copio e incollo...  ;-) 

Il Fabrique è decisamente un buon posto per ascoltare musica dal vivo (ma non per bere birra). Jeff Tweedy mi sembra una brava persona, ma i Wilco del dopo Jay Bennet più che un gruppo autonomo sono diventati, con tutta evidenza, la sua backin' band.
La scenografia ha un fascino, un bosco bucolico ricreato sul palco. L'acustica è ottima, i musicisti suonano molto bene, è come sentirli su disco. E infatti forse mi domando perché non sono rimasto a casa ad ascoltarli su un disco. Credo che la risposta abbia a che fare con la mia curiosità, e con il fatto che mi trovavo da queste parti per incontrare Zambo e Marco Denti.
Sono al concerto solo, senza fidanzata, per cui le coppie abbracciate che si baciano mi stanno un po' sulle palle. In ogni caso, tutti (i nati negli anni '80) si stanno divertendo e godendo la serata. Ci sono un sacco di americani (che più che altro chiacchierano). C'è chi riprende le canzoni con il cellulare, mi domando per mostrarle a chi... In ogni caso è evidente che la band è molto amata. Jeff poi è molto carino e concede al pubblico praticamente tutte le canzoni più note.
Il mio turno di divertirmi arriva sul secondo bis, quando la band intona California Stars, per cui non dovrei avere alcuna ragione di lamentarmi.

That's all, folks.